
di Claudio Varsalona
Un bambino sorride, ci offre le sue pomelie; il candore dei petali nel buio è uno squillo, persistente e lieve, l’alone delle luminarie inanellate nelle lunghe, afose, notti di festa. Un saluto commovente che ci lascia entrare nel mondo dei Bambini di Sicilia, la mostra di Enzo Sellerio al loggiato di San Bartolomeo, prorogata fino al 31 luglio. Non è solo l’inizio del percorso espositivo, ma una dichiarazione di poetica: fotografare significa raccogliere quei fiori che il mondo ci offre, riconsegnarli agli altri nel loro intatto profumo.
Sembra che lo sguardo di Sellerio, libero da qualsiasi prescrizione estetica, si muova per attrazioni improvvise, trovando un punto d’equilibrio tra lo spazio esterno e quello interiore, tra la memoria e l’esperienza: la foto è un dono, il negativo di quella propensione affettiva che sollecita il vagabondaggio[1]. Di certo è importante la lezione del neorealismo, col suo nuovo alfabeto visivo e il suo impegno nei confronti di una realtà durissima, per troppo tempo dissimulata dalle arti; ma la denuncia sociale e la vocazione etica sembrano attributi secondari, scaturiti da una disposizione all’ascolto dell’altro, da una curiosità genuina: sono tante le foto dei bambini a lavoro, dentro una bottega o al mercato ortofrutticolo, luoghi in cui il sopruso della miseria corrompe l’infanzia, tirando su adulti prematuri, segnati a vita, e tuttavia i soggetti ritratti partecipano, con gesti minimi e scherzi e giochi improvvisati, al sovvertimento gentile di quelle stesse leggi, economiche e culturali, di cui sono le vittime innocenti.
Il primo giocattolo, come diceva Sellerio alla figlia Olivia, è proprio la macchina fotografica, lo strumento che rende possibile una compartecipazione fantastica al mondo dei bambini, alla loro divertita redenzione della Storia. Una sorta di prisma, quell’oggetto che scompone la luce, rivelando un fascio di colori che si sostituisce al raggio ottusamente solo. Sicché nel gioco serissimo della fotografia la persistenza del dolore si apre quasi sempre, e secondo un principio ironico, al ventaglio multiforme dei suoi contrari. La composizione, l’inseguimento delle luci e delle ombre, in queste foto scattate tra gli anni ’50 e ’60, non ricerca mai una registrazione documentaria, ma una vera e propria narrazione. L’immagine fissata dal giocattolo non è morta a se stessa, metafora pungente di un’assenza, ma sembra includere il tempo: come in ogni gioco, un limite (sia esso una regola o una linea tracciata per terra) determina un movimento. Questa dinamica risulta spontanea, a mettere insieme i fotogrammi del racconto siamo noi spettatori, con la nostra emozione che – lontana dall’essere un trasalimento impalpabile – assume la consistenza e la forma di una mano che gira una manovella, permettendo ai bambini di Sicilia, sperduti nel tempo e nelle città, nei paesi dell’isola (Palermo, Cefalù, Randazzo ecc.), di incontrarsi nel cinema naturale della solitudine in cui ricordiamo o sogniamo.
Non c’è nostalgia nel lavoro di Sellerio, magari una specie di commemorazione. Il rimpianto è assurdo, un capriccio subdolo, per chi persevera nel gioco: al massimo si piange per un ginocchio sbucciato. Un habitus mentale, ma anche un metodo estetico, che mi sembra avvicinare le foto di Sellerio alle pagine del capolavoro di Meneghello, Libera nos a Malo, ricreazione di un mondo popolare in cui gli scrupoli del saggista si piegano alla poesia, spesso in virtù della prospettiva scorciata del bambino: una poesia frammentaria come le foto e intimamente animata, resa continua dalla lingua plastica della narrazione. Scrittura e fotografia, allora, ci fanno capire che la realtà non è solo la pelle abrasiva delle cose, le sue sporgenze immobili, ma anche i linguaggi umani che la arricchiscono, o meglio la strutturano, ed insieme la possibilità di criticarli, di rimodularli a proprio piacimento. C’è una forza carnevalesca in questi bambini che disintegra i linguaggi usurati ed emenda lo stesso sguardo del fotografo: penso alla bambina vestita a lutto che attende sull’uscio di casa, schiudendo un sorriso di incredulità, di felice incomprensione (per l’attenzione che le viene rivolta ma anche, metaforicamente, per il comportamento impostole); oppure penso ai bambini che mettono in scena una fucilazione alla Kalsa, eloquentemente nel giorno dei morti, che dopo un iniziale sgomento, e la conseguente animazione fantastica, ci appare come una parodia di ogni violenza legittimata dal potere, cristallizzata in quell’oscura geometria di linee convergenti in un singolo punto[2] (dopo lo sparo nessuno stramazza per terra, anzi il condannato – nella vertigine della beffa – può richiedere la seconda scarica di pallottole invisibili).

Nel turbine del gioco i codici sono centrifugati fino al dissolvimento, oppure ne escono rafforzati, sciolti da pesi gravosi: penso alla grammatica del dono, che si fa parola viva e vibrante nella foto del gelato offerto da una bambina – sospesa su un piede come se fosse al termine di una danza – a un signore di mezza età. Il nostro patrimonio visivo, mediato anche dalla pittura, confluisce in questa immagine, che in un certo senso lo riscatta dalle sue convenzioni: ho avuto l’impressione che tutte quelle chiavi, consegnate e riconsegnate da Cristo al fedele Pietro (e si prenda come esempio l’affresco del Perugino), abbiano trovato una loro insperata unità proprio in quel cono e che il gelo tintinnante del mazzo si sia voluto trasformare in gelato. Forse si esagera, ma la libertà che la mostra accorda allo spettatore non vieta, anzi favorisce, queste capriole del giudizio. Qui, credo, sta la bellezza delle foto di Sellerio: la semplicità, la naturalezza del gesto creativo (e viceversa di quello interpretativo) messa al servizio di un mondo che ci appare incredibilmente complesso.

Forse gli artisti possono essere divisi in due grandi gruppi: c’è chi si tormenta, sprofondando impietrito nelle proprie correzioni, e c’è chi regala le pomelie raccolte con un taglio netto. Usciti dalla mostra si parteggia, segretamente, per i secondi. Come afferma Meneghello, chiosando un episodio d’infanzia (una gara di disegno alla lavagna in cui i due approcci, la maniera e la grazia, si fronteggiano): «capivo confusamente e pungentemente com’è l’arte: è un ghiribizzo, ed è semplice; la bravura non serve a nulla»[3].
Note:
[1] Mi convinco sempre di più che l’organo del fotografo non è l’occhio, né il dito (come credeva Barthes), ma i piedi che gli consentono di andare a zonzo.
[2] Da notare che l’inquadratura scelta da Sellerio prevede come punto di fuga non il corpo del falso condannato, ma gli anziani che chiacchierano tranquillamente sullo sfondo (di cui le bambine annoiate sul portone di sinistra rappresentano un efficace contrappunto). Apprendo inoltre, dall’introduzione alla mostra di Sergio Troisi, che la foto è stata più volte fraintesa, pubblicata impropriamente come emblema di violenza.
[3] L. Meneghello, Libera nos a Malo, Rizzoli, Segrate, 2006, p.80.