Il partigiano agro: un confronto tra Fenoglio e Bianciardi

La generazione del 1922 viene definita da Calvino la “generazione degli anni difficili”, molti si soffermano su tale dichiarazione, riflettendone il significato, altri meno. La portata dell’evento è straordinaria: in un solo anno un caso di nascite molto particolare che rappresenterà l’impegno politico e civile della resistenza e, successivamente, del dopoguerra: chi in editoria e nella diffusione di mezzi culturali come Calvino; chi tra libri, articoli e cinema fino alla morte carognata di Pasolini; chi emigrando per il troppo rimorso quale Meneghello e chi, come Bianciardi, dalla rabbia e dalla vergogna massacra se stesso raggiungendo una morte prematura. Più o meno tutti attraversano un percorso simile, passando per il neorealismo, l’amicizia col PCI fino ai fatti di Ungheria, le letture di Lukács e poi le diverse strade. A distinguersi, solitari e diffidenti, sono più di tutti Fenoglio e Bianciardi. Il primo restando intrappolato in una narrazione partigiana che si percuote su se stessa con deboli variazioni, il secondo con una rabbia emotiva che non riesce a convergere, chiusa in gabbia malamente, in un romanzo vero e proprio, anche lui ripetendosi in forme piuttosto simili.

I due autori insieme possono disorientare, ma presi in esame mostrano rilevanti corrispondenze o significative divergenze. Partendo dalla loro vita, un’incursione va fatta: entrambi studenti modello (Fenoglio più dissidente, antifascista nelle piccole resistenze quotidiane-personali, come ad esempio il foglio bianco al tema di italiano all’esame di maturità), riconoscono la protuberanza purulenta della retorica durante gli anni del liceo, si iscrivono alla facoltà di Lettere, poi chiamati alla leva frequentano l’accademia per allievi ufficiali. Bianciardi è fortunato, si trova in Puglia, con lo sbandamento del 25 luglio 1943-, si aggrega ad un reggimento britannico come interprete e risale la penisola fino in Toscana dove si ferma; proprio qui, marciando con loro perfeziona l’inglese. Tornato a casa, a Grosseto, decide di riprendere gli studi e non partire per il nord, e non aiutare i partigiani. Questa decisione differenzia molto Bianciardi dai suoi coetanei, per non aver combattuto una guerra e per non averla poi raccontata, senza mai nessun rimpianto. Fenoglio a seguito dello sbandamento e della dura risalita da Roma ad Alba (come racconta in Primavera di bellezza) non si paralizza, il nascondersi non fa per lui, la decisione di salire sulle lande è immediata. Per Fenoglio la vita partigiana rappresenta un’esperienza senza ritorno, un’ossessione dai tratti romantici: anche quando tutto sarà finito, la sua testa, il suo corpo, rimarranno lì, su un giaciglio di paglia con uno sten in mano. Trova nella letteratura e nel suo foglio bianco, una missione antiretorica prima di tutto, ma anche un ricordo immanente, un pretesto per tornare lì.

Sia Bianciardi che Fenoglio non vivono una vera e propria educazione politica. Bianciardi nel ‘45 si iscrive al partito d’azione ma poi con lo scioglimento due anni dopo non seguirà nessuna ideologia partitica. Fenoglio nel referendum del ‘46 vota monarchia, dimostra la mancata crescita ideologica di un intellettuale che pur ha combattuto, o comunque il riflesso incondizionato del modello inglese: la missione resistenziale di Fenoglio non è mai stata marxista o badogliana; semplicemente antifascista, o per azzardare, romantica; di certo un’insoddisfazione perpetua tuona nel «I’m in the wrong sector of the right side». Non dimentichiamoci che la sua è una generazione nata ed istruita alla guerra, in attesa di un capro espiatorio per muovere allo scontro bellico, contro chi poco importa.

Non a caso Il partigiano Johnny è il romanzo con meno inserzioni, riflessioni di carattere strettamente politico (nel ventaglio dei romanzi più celebri). Calvino vi dedica un capitolo ne Il sentiero dei nidi di ragno allontanandosi dalla narrazione tenuta dal suo piccolo protagonista, proprio perché gli sembra un capitolo necessario; Enne2 è fortemente politicizzato, ne I piccoli maestri si valuta addirittura la coscienza anarchica dell’agire[1].

Insomma, per entrambi gli autori non avviene quella parabola assai comune (ma non ovvia), quale: incrinatura dell’idea fascista verso il ’42, lotta armata e iscrizione al Partito Comunista nella ricostruzione. Ma quasi un’indifferenza ideologica, a-partitica, attorno al presente; un’ingenuità allegra, una verginità politica su un possibile modello altro di società, sicuramente data dalla giovane età degli autori. La generazione precedente dimostra una diversa predisposizione, come ben dimostra Meneghello nell’articolo “Storia di giovani”[2] già con i fatti di Spagna del ’36 qualcosa fa storcere il naso. Lo stesso Vittorini lo dichiara in “Della mia vita fino ad oggi.”[3]

Bianciardi rappresenta un caso unico, molto peculiare. In lui l’attivismo culturale non avviene frequentando partiti o scrivendo su giornali di sinistra, vi è una progressione più di carattere umanitario, culturale, neocristiano, come scriverà poi ne La vita agra.[4] Prima portando libri nelle campagne con un camioncino, poi un cineclub aperto ad operai, contadini e borghesi dove confrontarsi; infine le testate giornalistiche. A segnare profondamente l’animo del toscano è un fatto drammatico, prevedibile, di errore e orrore unicamente umano: l’esplosione di un pozzo a Ribolla dove persero la vita 43 minatori, suoi conoscenti. Ecco perché poi la tanta coscienza storica di Bianciardi, l’amore per i tessuti storici, il Risorgimento e le velleità sulla rivoluzione milanese del 1959 in Aprire il fuoco, l’enfasi per la Storia della Colonna Infame di Manzoni. In Bianciardi c’è questa traccia, impronta direi, di manomissione dell’accaduto, di desiderio anarchico ed esplosivo sui fatti storiografici, fatalistici. Intervenire nella Storia, come interviene nei suoi romanzi in quanto autore. Da qui nasce il libro scritto a quattro mani con Cassola: I minatori della maremma pubblicato per Laterza nel 1956. Ma nasce anche, più tardi, nell’inverno ‘61-‘62, il pretesto per scrivere La vita agra: il protagonista, suo alter-ego, vuole vendicarsi dei minatori, facendo saltare in aria il torracchione, sede della Montecatini, proprietaria dei pozzi di Ribolla.

Da questo episodio Bianciardi s’inquieta, svia, dimostra incapacità progressiva nei confronti del lavoro culturale e della vita stessa. Rassicurante è invece: «Tradurre, comunemente, si dice oggi. Ma nel Trecento dicevasi volgarizzare.», «Non andare mai a letto prima di aver finito un certo numero di cartelle a macchina. Venti cartelle ogni giorno, compresa la domenica. Venti cartelle di duemila battute.»

Certo, sarebbe meglio non lavorare «Vivendo dei frutti spontanei della terra e di pochissima coltivazione. Liberi da ogni altra cura, noi ci dedicheremo al bel canto.» ma la vita non mente e ogni traduzione è ben accetta, in particolare manoscritti oltreoceano:

la scoperta di Kerouac con I sotterranei[5] («bitiniccio arrabbiato, Jacques Querouaques») e Henry Miller con i Tropici[6] («Molinari Enrico di New York»).

Gli americani sono una svolta ideologica per Bianciardi, senza connotati politici però. Rappresentano più di tutto la libertà sessuale, l’ironia e la leggerezza con la quale viene trattata (difficilissimo trovarla nella nostra tradizione, cosa dobbiamo aspettare? Porci con le ali? Altri Libertini?). Impulso significativo viene dato anche da Marcuse, con Eros e Civiltà[7], letto in lingua originale cioè in inglese e forse tradotto da Bianciardi per uso personale quale testo profetico da cui attingere, ma resta in dubbio, solleva Demetrio Marra.

 «Ma io so che la noia finirebbe nell’attimo in cui si ristabilisse la natura veridica del coito. Lo so, finirebbe anche la civiltà moderna, perché il coito veridico non è spinta ad alcunché.»[8]

Tutte queste letture, questi sguardi altrove[9], rari negli scrittori nostrani, nonché la paura di disorientarsi, paura di mancare la retta via; rendono Bianciardi agli occhi dei critici un dissidente, un anarchico, e poco può interessare il suo “classicismo gaddiano.”

Quindi anche Bianciardi sfrutta l’ironia più che può, ma non come la intendono Fenoglio o Meneghello, quale strumento antieroico e antiretorico. C’è della retorica in Bianciardi, basti pensare alla prima pagina de La vita agra: il romanzo si apre con una disquisizione linguistica molto settoriale e tecnicistica. Ma così avviene anche all’interno del libro, in altre sue pagine. Bianciardi utilizza il romanzo anche come saggio, sede di riflessione. Si ha l’impressione, a volte, che voglia dimostrare qualcosa, che odia sentirsi giudicato inferiore in quanto scrittore di vita morte e oracoli. La sua è una retorica che vuole scendere a patti tra lingua e contenuto: frasi erudite, chiasmi, inversioni, ipotassi, il tutto condito con immagini provocatorie. Ma anche una retorica che viene uccisa e derisa da un improvviso pastiche, il rovesciarsi illumina ciò che la retorica tende ad adombrare. Retorica che viene contaminata da un termine strambo, un neologismo, termini dialettali antichissimi, tecnicismi tantrici[10], latino con sfondo sessuale o ironico. Insomma, non si può fare affidamento sulla prosa di Bianciardi, impossibile inscatolarla, impossibile tenerla a bada, altro che commozione.

Un’ironia che sfocia più nella leggerezza del non prendersi troppo sul serio, strumento di dileggio, di comicità, che incontra il territorio utile ed inesplorato della sessualità.

«Proverò l’impasto linguistico, contaminando da par mio la alata di Ollesalvetti diobò, e ‘u dialettu d’Ucurdunnu, evocando in un sol periodo il Burchiello e Rabelais, il Molinari Enrico e il lamento di Travale – guata guata male no mangiai ma mezo pane -» [11]

Ben diverso è il caso di Fenoglio, accettando la datazione di Isella, ci troviamo alla fine degli anni ‘50; Fenoglio oltre a guardare Manzoni e Gadda, guarda anche al modello inglese di età vittoriana, dal quale preleva chiaramente l’elegante e distesa prosa, l’ironia, la lingua, il grottesco dickensiano.

Ad accomunare i due autori, sul piano linguistico, è il ricorso ad un’accentuata espressività che rompe il tiepido codice d’uso comune e si fa portatore di una ricercatezza o di una lingua altra. Per lingua altra s’intende l’inglese, motivo non solo di prima stesura e predilezione, ma d’una chiara scelta fonica, volutamente aggressiva, imitativa; utilizzare una lingua non compromessa storicamente.[12] Un modo per rinnegare una lingua, di fatto moralista: «Moralismo e retorica sono inconciliabili con l’idea della realtà quale sviluppo di forze.»[13]

Il bivio si presenta in ogni scrittore che cerca una forza rappresentativa, antibarocca e lontana dal balbettio neorealista: l’inglese offre una via d’uscita, un’apertura a ciò che l’italiano nasconde, ha guastato o non ha. Oltre all’inglese Fenoglio cerca la rottura formale: reclamando decostruzioni («Poi l’aereo si allontanò definitivamente nell’invendicante, anzi santuario dante-cielo.»[14] «Il caotico cielo, forgia di quella pioggia, era odio e bestemmie-tirante.»[15]. C’è questa sfida continua alla lingua, la si provoca per vedere fin dove arriva, storcendola, tendendola senza tenerla. Fenoglio, la lingua, la deturpa al fine di depurarla. Non solo decostruzioni, anche svolte liriche, patetiche, elegiache, di lingua frantumata/sbandata con la frantumazione dell’io durante l’inverno e lo sbandamento, ad esempio. Lingua riflesso esatto o sbiadito o appannato o increspato del sentire di Johnny. 

Per quanto riguarda la sessualità Fenoglio ne dà un’immagine assolutamente macabra o distorta; viene affiancata spesso allo scontro bellico, all’arma fallica, ai cadaveri dei partigiani caduti. Il corpo umano (femminile o maschile) non appare mai quale motivo di eccitazione, v’è l’episodio del bordello ma è celato. Le donne son poche e quelle presenti o sono maschilizzate (è il caso delle staffette azzurre) o sono ignoranti, inferiori, di conseguenza non interessano allo snob Johnny:

«Johnny marciò sul Biondo, sempre backed alla ragazza, ancora protesa a fissare il cadavere con una sorta d’intensità sessuale.»[16]

«La cosa era particolarmente eccitante appunto mentre il contatto era ancora in divenire: poi, esattamente come nell’atto sessuale, tutto diventava meccanicità, fatica tautologica, esercizio muscolare.»[17]

«La porta di casa si spalancò e lo sten di Johnny sorse in normale ad essa come un pene ad una vulva.»[18]

La pelle nuda di donna c’è, è improvvisa, e non lascia spazio all’immaginazione o richiamo alla libido: «E i calzoni scivolarono via, e la carne e la seta balenarono, e il sacro olezzo della sua ombrata intimità stordì Johnny.»[19]

Non usa alcun termine degli esempi riportati sopra, sembra esserci quasi uno scambio: quello “stordì” dovrebbe far riferimento più al cadavere o alla fatica delle azioni.

Johnny sembra avere un’idea del sesso variabile: dal vizio capitale, all’esuberanza, dalla vergogna dinanzi al corpo sessualizzato, alla sostituzione dell’atto in qualcosa di grottesco. La repressione erotica viene inaspettatamente traviata e traslata in situazioni crude, impensabilmente eccitanti. L’educazione alla guerra vissuta tutto il periodo della crescita e dell’adolescenza ha iniettato un germe: solo la guerra è eccitante, l’arma che possiedo è la mia virilità, uccidere il nemico è l’autentica liberazione coitale. Potremmo anche pensare ad una lettura epica o tragica dell’eros, capitolando subito in quello di thanatos, il fatto è che non vi è nulla di romantico, nulla di paragonabile a Tancredi e Clorinda.

In Biancardi, come si accennava prima, la presenza dell’eros è centrale: «Ora, io sono certo di avere avuto in sorte, durante la mia vita, un privilegio che è toccato a ben pochi.»[20] Cioè, il privilegio di aver compreso la centralità sociale del sesso; non in termini freudiani ma marcusiani (antirepressione, libertà, risveglio sociale, antiborghesia dei connotati sessuali quali: assopimento, noia, stress.)[21]

Il personaggio de La vita agra, non a caso, passa giornate intere a letto con la sua compagna (non stretti nel vincolo matrimoniale), tra una traduzione e l’altra, un risveglio dell’eros da parte di entrambi, senza alcun dominio maschile, ma un desiderio che proviene anche da parte di lei. Ciò è significativo per caratteri femministi: spesso troviamo la femme fatale, la donna peccaminosa e lasciva; oppure, colei che si cede di malavoglia. Dimostrano un atteggiamento tipico degli autori maschili: la repressione sessuale della donna, l’idea di una donna lontana dalle tentazioni, il dominio dell’uomo su come e quando (quando non è lui stesso a reprimersi, come indica Marcuse) senza alcun incontro o consenso da parte di lei.

Bianciardi elimina sguardi maschilisti e permette al ruolo femminile di emanciparsi sessualmente oltre che politicamente, e come cittadina quale parte attiva, non quale endoplasma sociale relegata in casa.

Inoltre, da parte di lui, il sesso non è “sentirsi uomo” (come leggiamo in Eros e Priapo, Uomini e no; parecchi romanzi di formazione, come se crescere sia solo deflorarsi) bensì la conoscenza reale delle cose: una società fondata sui taboo crolla al momento dell’esplorazione dei taboo. In Bianciardi il “sentirsi uomo” è resistere, combattere i pregiudizi, lavorare poco, amare tanto, fare la rivoluzione anche smettendo di fumare per diminuire gli incassi dello stato, spegnere la televisione.

Ad accomunare i due romanzi, Il partigiano Johnny e La vita agra, sono i protagonisti: entrambi diffidenti e dissidenti. Entrambi lottano un nemico preciso, il primo in stato d’occupazione istituzionalizzato; il secondo invisibile ma presente, sotterraneo o camuffato con i nuovi valori borghesi. Mentre nel primo caso è evidente la lotta e passa per quella armata, nel secondo caso sempre una lotta è, ma senza spargimento di sangue e quindi con il risentimento di non star combattendo come si desidera, seppur con rigidissime idee antimilitariste.

La rivoluzione, in entrambi, è una transizione estremamente romanticizzata. Non c’è peccato in quello che si fa o si pensa. Johnny non accenna all’evidente fratricidio con sentimento angoscioso, ma viene spesso descritto un sentimento vittorioso dinanzi allo spargimento di sangue. Così come Bianciardi, seppur non porta a compimento la sua impresa e cioè incendiare il torracchione, il suo spirito incendiario è portato alla fredda ma lacrimosa passione:

«Il progetto l’ho già esposto altrove, ed è semplice. Mi basta da un massimo di duecento a un minimo di cinque specialisti preparati e volenterosi, e un mese di tempo, poi in Italia ci sarebbe il vuoto. E nemmeno con troppe perdite: diciamo una trentina, e nessuno dei nostri. Con trenta omicidi ben pianificati io ti prometto che farei il vuoto, in Italia.

Ma il guaio è il dopo, perché in quel vuoto si ficcherebbero automaticamente altri specialisti della dirigenza. Non puoi scacciarli perché questo è il loro mestiere (…) ragionano con lo stesso cervello di quelli di ora (…)ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine.»[22] 

Ecco qui il germe del dopo, la paura che lottare non serve a nulla, che la rivoluzione coatta e reticolata sia inutile, controproducente. Perciò la speranza, ma senza fiducia, di una rivoluzione culturale che parta dal singolo, per arrivare alla società.

Consapevole, Bianciardi, che questa sia una tensione utopica finalizzata a se stessa, confinata al solo piano del significante, impossibilitata dal clima che si respira. Mai si parla di fascismo ed è paradossale, non è accanirsi sulla carogna che carogna non è, ma riconoscere il corpo vivo e vegeto e darlo anonimo; posizione simile ma dissimile da Pasolini, stessa critica della stessa radice ma Bianciardi non la nomina: boom economico, governo Tambroni, occhielli al MSI, strage di Piazza Fontana: nasce Aprire il Fuoco. Per cambiare qualcosa bisogna che tutto cambi, come? Combattendo con le stesse armi del nemico, è inutile aspettare la rivoluzione in interiore homine. Uno sguardo storico velleitario sull’insurrezione armata nella Milano del 1959 contro l’occupazione austriaca. Sarebbe banale trovare una lettura esclusivamente tratteggiata all’ombra delle cinque giornate milanesi del 1848, evidente è invece il nemico sotto falso nome, il pretesto dello straniero occupante solo per autocensurarsi minimamente e non aizzare alla violenza esplicita. Prendere le armi sì, ma mai dimenticandosi l’umanità: «Vergogna è uccidere» viene ripetuto come un ritornello in Aprire il fuoco. Dopo la sconfitta dei rivoluzionari, la colpa la si dà non all’impreparazione o all’inferiorità, bensì alla lacuna culturale-interventistica:

«Credere che la rivoluzione possa e debba dar luogo a un ordine nuovo, e così resistere. La rivoluzione, se vuol resistere, deve restare rivoluzione. Se diventa governo è già fallita (…) La disfunzione, daccapo, ricominciò non appena si vollero rimettere i funzionari, sia pure nuovi, al posto di quelli vecchi.»[23]

Esattamente come intuisce Johnny nel Partigiano e poi conferma nel suo continuum: Ur-partigiano. Il sospetto era già avvenuto nella formazione di bande partigiane regolarizzate e genera molta insofferenza a Johnny, non solo per il suo ideale banditesco, ma la stessa istituzionalizzazione di gruppi provvisori e neoanarchici, un comportamento più fascista, un bisogno d’ordine, di sorvegliare e punire, direbbe Foucault. Ma anche nel facile cambio di fazioni da ex fascisti a partigiani marxisti, e successivamente, da ex littori a esponenti partitici moderati.

Fenoglio continua la sua rivoluzione creando il suo ordine nuovo come scrittore, continuando a scrivere di rivoluzione-resistenza per non farla perire. È il periodo delle disillusioni, della carta costituzionale partorita dalla resistenza ma adottata dai reintegrati (anche). C’è chi continua a combattere in un diverso modo e chi si rassegna.

Cauto dev’essere il paragone tra resistenza partigiana e lotta armata immaginata da Bianciardi, ma l’idea di fondo è questa: lo status quo regna sovrano. Un pessimismo che immalinconisce, occupare le banche o andarsene in altipiano, scrivere quel poco che si impara dalla vita agra: che fare all’amore non è vergogna, vergogna è uccidere, vergogna è comandare. Da una parte una sconfitta in partenza, dall’altra una vittoria individualistica ipocrita.

In Fenoglio, quest’idea di rinnovamento culturale autonomo e introspettivo, è meno presente (diverso carattere assume l’idealizzazione del modello britannico, che comunque ha a che fare col rinnovamento provinciale di cittadino italiano.) Il fascismo doveva essere combattuto e non si poteva sperare in una palingenesi collettiva (le vere intenzioni dei Piccoli Maestri di fatto erano queste, fare le fughe e non gli atti di valore, non voler uccidere nessuno, al massimo rapire il medico del paese per incutere terrore, il resto doveva venire da sé).

La ferita restava aperta per chi sognava altro e ha combattuto per altro, l’impotenza era l’unico sentimento rimasto. Ferita che poi s’è fatta lacerazione. Non è un caso se gli insoddisfatti e gli arrabbiati siano scomparsi prima del tempo.

Alessandro Tesetti

Note:


[1] L. Meneghello, I piccoli maestri, 1964, Rizzoli editore, Milano, cit. pag. 111 «Se ci fosse un buon partito anarchico, forse il mio posto sarebbe là.»

[2] Luigi Meneghello Prima pubblicazione, articolo, Storia di giovani, “Il lunedì”, 29 ottobre 1945

[3] Elio Vittorini “Pesci rossi”, Bollettino editoriale Bompiani, n. 3, marzo 1949. «Nell’autunno de ’36 scrissi su un giornaletto di studenti universitari un articolo in cui dicevo che l’Italia avrebbe dovuti aiutare i repubblicani spagnoli e non i franchisti.»

[4] Luciano Bianciardi, La vita agra, 1962, Rizzoli editore, Milano, cit. pag. 182 «Nell’attesa che ciò avvenga, e mentre vado elaborando le linee teoriche di questo mio neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio, io debbo difendermi e sopravvivere.»

[5] Dal quale nasce un episodio buffo: Fernanda Pivano dà un pessimo parere alla traduzione di Bianciardi e consiglia di rivederla, lui non ne vuole sapere e la consegna con la volontà di spettrificarsi: la traduzione uscirà anonima.

[6] Traduzione che batte l’originale, a mio avviso. Niente di patriottico, ma non c’è cosa più bella di trovare accostamenti toscani con lo slang newyorkese.

[7] Herbert Marcuse, Eros e Civiltà, traduzione di Lorenzo Bassi, Torino, Giulio Einaudi, 1964 (ed. originale 1955)

[8] Luciano Bianciardi, La vita agra, pag. 72

[9] Piccola precisazione: anche Vittorini e Pavese guardano oltreoceano ma i modelli son ben diversi: Fante, Steinbeck, Hemingway, Faulkner, Saroyan… trasmettono sempre immagini laiche, veloci, vere; ma non hanno quel privilegio di centralità dei temi ostili posti parodicamente, quindi lontanucci dalla rivoluzione americana che sbarcherà grazie a Fernanda Pivano.

[10] Luciano Bianciardi, Aprire il fuoco, La Scala, Rizzoli, 1969 cit. «C’è il tange lingam, la ricerca dello yoni e delle labia minora, c’è l’unione alta, la media, la bassa, l’appoggiata, quella sospesa (…) la mandria delle vacche all’abbeverata, anche se a ben pensarci nell’acqua sarebbe proibito della norme religiose.»

[11] La vita agra, 1962, Rizzoli editore, Milano, pag. 30

[12] Penso a Klemperer, Primo Levi, Meneghello; le loro riflessioni attorno alla lingua roboante-appiattita a fini propagandistici-ipnopedici.

[13] Erich Auerbach, Mimesis: Il realismo nella letteratura occidentale, traduzione di Alberto Romagnoli e Hans Hinterhäuser, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1956, pag. 47

[14] B.Fenoglio Il libro di Johnny, a cura di Gabriele Pedullà, Collana Letture, Einaudi, Torino, 2015, pag. 511

[15] Ivi, pag. 492

[16] Ivi, pag. 281

[17] Ivi, pag. 375

[18] Ivi, pag. 633

[19] Ivi, pag. 642

[20] L. Bianciardi, La vita agra, pag. 70

[21] H. Marcuse Eros e civiltà,: «L’antagonismo fondamentale tra sessualità e utilità sociale è offuscato dalla progressiva intrusione del principio della realtà nel principio del piacere.» pag. 129

[22] L. Bianciardi, La vita agra, pag. 178

[23] L. Bianciardi, Aprire il fuoco, pag. 213

Una opinione su "Il partigiano agro: un confronto tra Fenoglio e Bianciardi"

  1. Alessandro Tesetti, credo che Bianciardi in La vita agra si riferisse a Wilhelm Reich anziché a Herbert Marcuse, come dimostra la sua allusione alla macchina orgonica inventata da Reich: “Non ricorremmo mai, Anna ed io, alle macchine orgoniche”.

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