
di Alberto Bartolo Varsalona
Il mio viaggio per Palermo dura otto ore, otto ore e mezza per essere precisi – salvo ritardi.
L’Italia, com’è noto, termina a Salerno.
Qui salgo sul treno, in questa vigilia di Pasqua che vede il solito grande esodo ad attraversare come una scossa nervosa tutta la penisola. Oltre questo confine i tempi dei viaggi si dilatano lungo le paludi prima di Calabria e poi di Sicilia.
A bordo non un posto libero, e le valigie si ammassano per i corridoi.
Scrivo queste poche righe quando ormai manca meno di un’ora alla fine del viaggio, e alla fermata di Cefalù – l’enclave europea – scorgo la schiera di turisti sulla linea gialla appena visibile, pronta a saturare i vagoni.
Nello stesso treno ecco che ci mescoliamo: precari, fuorisede e turisti: una splendida cartolina, da ammirare e contemplare, il Sud che si è immaginato per decenni – nell’oblio della sala d’Ercole – finalmente è realtà.
L’immaginario stesso del Sud è ormai a senso unico.
L’immensa provincia ridotta a experience, divorata dal folklore, in cui la classe dirigente sembra avere accantonato l’idea stessa di un futuro per la gente che vi abita.
E specie la Sicilia che è Sud al quadrato, per distanza e isolamento, con quel braccio di mare che pare incancrenirne i problemi e le miserie; le promesse, e di conseguenza le menzogne.
(A forza di sentirne parlare si rischia di vivere un’allucinazione sullo Stretto, di vedere sorgere dai fondali un esile ponticello impastato di parole e proclami. Oscilla alla leggera corrente di questo aprile solare l’unica campata – la più grande al mondo –, e sembra sempre sul punto di crollare).
Fino a quando tale narrazione funziona come trovata turistica, materia mitica affinché host e banditori seducano lo straniero e possano inebetirlo a forza di cibo, balli e musichette – scacciapensieri e mandolini, possibilmente –, il problema esiste ma è quantomeno contenuto.
Ma se anche il meridionale stesso inizia a credere a quella narrazione, e soprattutto se ne partecipa non avendo interesse alcuno, se inizia a riprodurla e accetta di esserne un vettore, allora il problema diventa serissimo e difficilmente arginabile.
È il caso del Sicilia Express, il treno speciale promosso dalla Regione Siciliana che collega il Nord Italia alla Sicilia durante i periodi festivi, iniziativa riproposta per questa Pasqua. Dal sito di Ferrovie dello Stato si legge: «Durante il viaggio, vivrete esperienze culturali e gastronomiche che celebrano l’autenticità della Sicilia e non mancherà la possibilità di assaporare i prodotti tipici della tradizione siciliana. Il Sicilia Express celebra la terra siciliana: salendo a bordo parteciperete ad una “festa itinerante”, un viaggio totalmente diverso dal solito, dove ogni fermata è un passo verso il calore della terra d’origine, ma anche un’occasione per condividere emozioni e convivialità con gli altri viaggiatori».
Il paradosso dell’esotismo rivolto all’indigeno stesso.
Un treno, ovviamente, per pochissimi – considerati i numeri dell’esodo –, che è semplicemente una squallida attività promozionale, un grande baraccone in movimento che è la metafora ideale dello stato di salute della politica regionale, e che ne compendia le due intramontabili strategie d’azione.
L’autopromozione che mira semplicemente alla conservazione del potere, e la politica del contentino: l’una ad alimentare l’altra. Intanto accontentiamoci di questo trenino, poi con calma pensiamo al resto: a tutti gli altri.
Il Sicilia Express non è un’azione politica, è un favore, e come tale viene percepito, magari con tanto di gratitudine, quel sentimento che andrebbe sradicato come la malerba, sintomo per eccellenza di una mentalità su cui ancora agiscono le spire del feudalesimo, e che vede nel politico di turno, e specie nel presidente della regione, un grande Feudatario pronto a dispensare – appunto – favori.
Se dal punto di vista democratico e civile i favori non possono che essere ammissioni d’incapacità politica, all’interno di un orizzonte culturale in cui invece il potere è sostanzialmente pseudodemocratico, ovvero personalistico e clientelare, questi rappresentano una vera e propria occasione.
Sono i risvolti “pubblicitari” le vere questioni della pseudopolitica siciliana, tanto che l’iniziativa possiede perfino dei testimonial: Ezio Greggio e Costanza Caracciolo.
Tra dj set, spritz e maglie a tema, questo concentrato di sciatteria politica mira esclusivamente a uno stordimento generale: gran parte dei fuorisede, a causa del caro voli, non sono tornati a casa per Pasqua, e la continuità territoriale rimane come sempre un miraggio.
Spero solo che chi ha approfittato dell’iniziativa l’abbia fatto in maniera critica, magari pensando a tutti gli altri – rimasti lontani da casa, o costretti perfino agli scali internazionali – a cui nessuno ha pensato, estirpando sistematicamente l’odioso sentimento della gratitudine.
Nella pagina social della grande baracconata si assiste alla spettacolarizzazione, forse addirittura brandizzazione, di una ferita aperta.
Guardo giusto qualche reel: gli special guest, i gadget, gli sponsor.
Tornare a casa è davvero un evento.
Spero che anche questo mio viaggio mi dia almeno un briciolo di autenticità, e intanto penso al claim stampato su tutte le maglie dell’iniziativa:
VEDO LA SICILIA E SENTO IL CUORE A MILLE
Il mio treno, intanto, si è fermato. L’ennesimo guasto sulla linea.
La turista che ho vicino non si capacità del caos di questo vagone, cerca un’intesa con le amiche. Lei, insieme a molti altri, è costretta a stare in piedi, così decido di alzarmi e di cedere il mio posto.
This is insane, sussurra a mezza voce, più che altro divertita dall’ennesima experience, parte di un’unica avventura.
Ha senz’altro ragione questa giovane studentessa del Nord Europa.
Insano è la parola ideale. Ormai anche la comprensione della nostra insana realtà passa da loro.