«Col giornalista come finì?»: De Mauro, una cronaca (non solo) palermitana

Piccola natura morta sotto il ficus, Bruno Caruso, 1971.
Dal sito ufficiale dell’artista.

di Alberto Bartolo Varsalona

La notte del 16 settembre 1970 il giornalista dell’Ora Mauro de Mauro viene sequestrato sotto casa, in un viale fiancheggiato dai ficus il cui fogliame coriaceo, intrecciandosi, ricorda quello di una selva. Una Palermo stordita dallo scirocco si mobilita, scende per strada, spera che il giornalista possa al più presto ricomparire – in lontananza il passo claudicante, poi la cicatrice sul naso.

«Dov’è finito De Mauro?» è la domanda a cui tutta la città cerca di rispondere, congetturando i più oscuri moventi – dalla mafia al golpe Borghese, dallo spionaggio industriale alla morte di Mattei – per l’irrituale rapimento[1] di un cronista, per giunta passato da poco alla redazione sportiva. Ma la frenesia che divampa e attraversa come una febbre l’intero tessuto sociale, e i suoi diversi gradi di scetticismo, è destinata a spegnersi nel giro di appena un anno. Poi segue il silenzio dei giornali, delle autorità, quello definitivo e insopportabile della comunità: De Mauro sparisce una seconda volta, e il caso De Mauro lascerà solo un impercettibile senso di sgomento e frustrazione, come succede per quegli incubi ai quali proprio non si riesce a dare senso alcuno, e che bisogna – perciò – dimenticare al più presto.

Il corpo del giornalista non è mai stato ritrovato.

Intorno a questo trauma collettivo Giuliana Saladino – collega di De Mauro – costruisce l’insolito percorso del libro Mauro De Mauro. Una cronaca palermitana, attraverso cui ripercorre scrupolosamente i mesi che seguono al rapimento, offrendo perfino resoconti giornalieri che procedono cronologicamente: settembre, ottobre, novembre, dicembre e infine un epilogo legato all’«anniversario» della scomparsa, un anno dopo.

Quella di Saladino è una peculiare contro-inchiesta che, nascendo nel fervido ambiente intellettuale dell’Ora, si contraddistingue per il forte investimento formale e per le strategie che tendono alla contaminazione tra generi. Infatti, un’idea di intervento non conforme sta alla base dell’operazione di Saladino, la quale cerca non tanto di sostenere una tesi precisa attraverso cui si possa risalire agli esecutori e ai mandanti del rapimento, quanto di illuminare le crepe del caso De Mauro, e a partire da quelle leggere il destino di una comunità, e di una nazione in cui, per dirla con Sciascia, la «linea della palma» va salendo. Così, l’incedere cronachistico si espande a dismisura, e a partire dagli scioperi – leitmotiv di una città che ciclicamente implode e si disfa, che se contesta lo fa confusamente – si arrampica verso i sommi uffici dello Stato.

Il vuoto lasciato dal collega rappresenta una carica di energie intellettuali che, rischiando una dispersione, bisogna tradurre. Questa pura assenza, scavalcando perfino il lutto in mancanza di un corpo, si propone come punto morto della narrazione, la cui insondabilità produce – per spinte e contro-spinte – l’eterogeneità dei materiali del libro. Ma Saladino non si limita semplicemente ad assumere questo punto morto e fecondo come base strutturale, bensì lo amplifica e lo ribadisce, simulando tra le pagine della sua ibrida inchiesta la scomparsa stessa del collega, sicché nel corso dei mesi il caso De Mauro viene scalzato da altre notizie, da altre urgenze, fino ad arrivare all’indifferenza di un generico: «chi sa come è finita con De Mauro»[2]. La seconda scomparsa del collega – questa volta perfino dai pensieri del cittadino che sente come la vicenda sia «troppo al di sopra della sua testa»[3] – viene gradualmente avvertita, e si coagula in alcune disperate note che risaltano per la brevità, quasi pensieri improvvisi e lancinanti:  «11 Ottobre – Sta calando il silenzio, irrimediabile»[4].

Questa ossessione per l’assenza, per il vuoto – vissuto e riprodotto artisticamente –, si spiega facilmente alla luce dell’intuizione di Violante, secondo cui «l’autorappresentazione di Palermo e della sua storia procede per sottrazioni». Infatti, se la retorica identitaria – fondata su una singolare “mobilità” storica – dovrebbe affidarsi di norma a «fatti o gesta che costruiscono», a Palermo si affida, invece, «a fatti, gesta che le sottraggono pezzi: teatri, ville, palazzi, persone»[5]. Come se la città – vittima di un racconto paradossale – non possa che additare le proprie profondità, le proprie interiora, costituite in larga parte da lacune: fiumi o torrenti interrati, catacombe o necropoli, mikva’ot o qanat.

Non a caso, dunque, le ipotesi e le speculazioni che riguardano il caso De Mauro – mai “calate dall’alto”, ma sempre immesse in un’anonima conflittualità di voci[6] – rappresentano solo una porzione del testo, teso in maniera spasmodica sugli accadimenti della città, colti nel loro ordinario e inesorabile accumulo da un angolo focale quasi appartato. L’indagine, infatti, sembra vorticare tra un polo fortemente letterario, di cui l’iniziale descrizione di una Palermo ridotta a «sacca» s’impone come esempio emblematico, e un polo puramente cronachistico, che arriva perfino a spezzare la narrazione tramite delle “schede” informative che inquadrano di volta in volta un personaggio o un fenomeno (Scaglione, la mafia, la droga etc.). 

Tuttavia, questo sistema che procede per oscillazioni appare problematizzato, sul piano narrativo, da una tanto insistita quanto nervosa eclissi della narratrice, in grado di orientare magistralmente il ritmo contrappuntistico, tipico della prosa di Saladino. Infatti, sui costanti passaggi tra un polo espressivo e uno comunicativo si spalancano solo circoscritti momenti di inconsolabile verità, nei quali l’amica e collega rievoca non tanto il giornalista o il suo lavoro, quanto – precisamente – «l’uomo che fu, il suo corpo, la sua risata, i suoi capelli neri, il modo di tenere la sigaretta, la sua voce»[7]. Sono momenti che trattengono sempre qualsiasi tipo di emorragia sentimentalistica, preservando la postura narrativa dal collasso cui invece è vittima l’intera città. Inoltre, Saladino colloca questi frammenti sistematicamente in chiusura dei paragrafi, come a seguito di lunghe e sfiancati corse – quando il sangue pulsa violento lungo le tempie e sgombra la mente da tutto ciò che è inessenziale.

Le oscillazioni di tono e il ritmo contrappuntistico non si riducono di certo a trovate formali ad effetto, ma appaiono profondamente sostanziate dalla vocazione civile e perciò a-individualistica della scrittrice, il cui pudore, incrinandosi, lascia spazio ad una voce intima che si apre a momenti di destabilizzante, e perciò isolata, verità: «Mauro dove sei?»[8].

Pubblicato per «Attualità» di Feltrinelli, collana di grande successo editoriale dal taglio anti-imperialista e anti-sistema[9], il libro ha goduto di una buona circolazione all’uscita, ma, sacrificato al genere della cronaca locale, una volta uscito fuori collana non fu più ristampato, se non clandestinamente. Proprio per questo i curatori della nuova edizione hanno deciso di proporre un nuovo titolo, Romanzo politico, costituendo un dittico con il postumo Romanzo civile. In realtà, nonostante sia evidente nel sottotitolo l’attenzione a una dimensione locale, un’ottima quarta di copertina suggeriva una lettura “nazionale”, proponendo in chiusura l’identità: «Italia = Sicilia?». La cronaca, infatti, è anche il racconto di una nazione ultra Pharum, in cui il problema meridionale è anzitutto inquadrato come problema italiano. Da qui i numerosissimi passaggi extra-locali, su tutti quelli relativi alla rivolta di Reggio Calabria, durante la quale «i fascisti danno corda e armi». Una paralisi civile, così, va salendo l’Italia, frammentandola: a causa degli scontri «lo stretto non si passa».

La nuova edizione della Cronaca palermitana.

Risolto l’equivoco che cataloga come semplice cronaca locale una narrazione assolutamente inclassificabile, il libro ad oggi merita di essere riscoperto soprattutto per le soluzioni formali, avanguardistiche per l’epoca: Giuliana Saladino, al pari di Camilla Cederna, è una scrittrice-giornalista che si muove con grande originalità sul campo della non-fiction. È proprio lo stile «sperimentale», come suggerisce anche Violante, a catturare il lettore, con la sua ironica scrittura elencale, con la sua «passione musicale per i crescendo» e con i suoi «arresti improvvisi», impiegati accuratamente in funzione anti-retorica, riflessiva. Cattura il lettore, dicevamo, perché il «suo linguaggio incalzante non si limita a riferire», come segnala un impeccabile Perriera, ma «indica, chiama, giudica, abbraccia, respinge, si tende, si abbatte: si comporta, cioè, sulla pagina, come fosse una coscienza viva, colta nel suo trasporto morale.»[10]

Il caso De Mauro, e nello specifico tutto ciò che segue all’effettivo rapimento, è la parabola esemplare di una città vorace – «Palermo è un mostro»[11], «Palermo distrugge»[12] annota sconsolata la voce narrante –, di uno spazio che ingloba, assorbe, disgrega non solo i corpi, ma perfino le memorie stesse di quei corpi. E si direbbe quasi che lo faccia fisicamente, come se tutta la superficie del golfo fosse gravata dalla pressione di quelle comiche, e infime, radici aeree colonnari che si dipartono dagli antichissimi ficus macrophylla, e paiono quasi avvilupparsi intorno ai segreti della comunità come gusci d’inscalfibile omertà. Non poteva che essere l’albero sotto il quale De Mauro fu per l’ultima volta avvistato – in quel viale che per errore si chiama tuttora “delle magnolie”, piuttosto simili ai ficus – il tratto caratteristico della vegetazione palermitana: una pianta che, insidiando il terreno alla continua ricerca d’acqua, non è pensata per gli ambienti urbani. Ed è tutto assolutamente coerente con la vera natura di «insediamento» della città – così la definisce Rocchi in Romanzo civile – perché «città è cosa diversa».

Anche la Cronaca palermitana, come Romanzo civile, può essere definita il diario di una morte: non di un corpo umano, ma di un corpo sociale, i cui spasmodici movimenti fuoriescono continuamente dal perimetro dell’isola, istituendo contatti, propiziando contagi. Entrambi i libri, come scrive Blando nell’introduzione[13] della nuova edizione, sono accomunati dalla grande sfida che vuole la morte laica come esperienza narrabile. L’operazione, quindi, è la medesima, ma il risultato è di segno opposto. Se la memoria esemplare di Lillo Roxas, che esce di scena impartendo una «strabiliante lezione di vita», rinvigorisce l’io narrante del Romanzo civile, nel Politico si avverte il pericolo rappresentato non tanto da un’assenza fisica, quanto da un vuoto memoriale. Vuoto che non viene mai affrontato didascalicamente – o giornalisticamente – ma attraverso gli strumenti della letteratura più moderna.

Giuliana Saladino per forza della scrittura, sempre tesa a destabilizzare i luoghi comuni – soprattutto in chiave anti-lampedusiana[14] – e lucidità delle intuizioni ci sembra essere, sempre con maggiore sicurezza, un intellettuale imperdibile: «insolita, aliena»[15]. Pensiamo che la nostra generazione, quantomeno a Palermo, possa trovare una coordinata culturale imprescindibile, in grado di far circolare energie intellettuali contraddistinte da un travagliato ma «generoso ottimismo sociale e morale»[16]. È davvero una fortuna potere recuperare l’opera di una scrittrice di poche ma luminose parole come Saladino: percorrere e ripercorrere le sue pagine quasi fossero portolani della ragione – fari e lanterne puntati sulla città. 

Città mai come patria – abisso campanilistico, ottuso folclore –, ma sempre come avamposto al margine, immune dalle «spire pericolose» – pericolosissime – «della sicilitudine»[17]. La condizione di distanza dal centro ormai è solo apparente, poiché il nuovo centro è proprio la periferia, e solo lungo i margini e le frontiere – o i vuoti, le assenze – è possibile maturare un’idea del mondo. Le riflessioni di Saladino, quindi, rappresentano un’occasione per educare una sorta di scettica e partecipe lungimiranza, di privilegio visivo, dal quale disseccare alla luce solare ogni deriva mitologica – ogni rigetto municipalista o nazionalista.

Saladino è una di quelle rarissime scrittrici la cui lettura coincide con un vero e proprio ascolto. Frase dopo frase, la vibrante sonorità della sua voce letteraria si staccherà dalla pagina, e ci sembrerà di ascoltarla. E, nella migliore delle ipotesi, avremo l’impressione di sentire perfino il suo «passettino marziale»[18], dolce e severo fra le stanze di casa, «serenamente disperato». Un «piccolo e inconfondibile passo», dietro il quale è bene mettersi in fila indiana, per gioco e con gioia, e poi provare a inseguire – evitando il benché minimo strappo – quel «vecchio sogno di ragazzina» di cui scrive Perriera in Romanzo d’amore: «fare scorrere con vera dignità il miserevole tempo fra la nascita e la morte»[19].


Note:

[1] L’unico giornalista vittima di mafia prima di De Mauro fu Cosimo Cristina, corrispondente da Termini Imerese per L’Ora, il cui omicidio risale al 1960.

[2] G. Saladino, De Mauro. Una cronaca palermitana, Feltrinelli, Milano, 1972, p. 115.

[3] Ivi, p. 124.

[4] Ivi, p. 59.

[5] P. Violante, Diario della scomparsa. Così Giuliana Saladino raccontò De Mauro, La Repubblica Palermo, 18 marzo 2016: https://www.gipesrl.net/diario-della-scomparsa-cosi-giuliana-saladino-racconto-de-mauro/

[6] Un esempio: «Perché l’hanno preso? Senza dubbio per ragioni del suo lavoro, della sua professione. Non c’entra il suo lavoro, era caposervizio dello sport. Perché allo sport? Così. Allora questioni personali. Donne? Macché donne […] Un ricatto? Non proprio, ma siamo lì. Un ricatto vero e proprio. Aveva bisogno di soldi? Maritava la figlia. De Mauro ricattatore, questa poi. Perché no, in fondo che ne sappiamo. Cose da pazzi. Se è così se l’è voluta, se l’è cercata. Certo se l’è cercata, doveva essere in qualche intrigo. Ma sicuro che non c’entra una donna?» (pp. 18-19)

[7] G. Saladino, De Mauro. Una cronaca palermitana, cit., p. 106.

[8] Ivi, p. 22.

[9] Tra le importanti pubblicazioni della collana – in grado di accogliere tanto un approccio documentaristico o scientifico, quanto le loro eventuali ibridazioni con la letteratura –, va ricordato sicuramente il libro-inchiesta Pinelli. Una finestra sulla strage di Camilla Cederna.

[10] M. Perriera, Terra di rapina, in Id., La spola infinita, Sellerio, Palermo, 1995, p. 129. (Il giudizio relativo a Terra di rapina è applicabile a tutta la produzione letteraria di Saladino)

[11] G. Saladino, De Mauro. Una cronaca palermitana, cit., p. 52.

[12] Ivi, p. 65.

[13] A. Blando, Saggio introduttivo, in G. Saladino, Romanzo politico. De Mauro, una cronaca italiana, Istituto Poligrafico Europeo, Palermo, 2015.

[14] Ci riferiamo, naturalmente, a un Lampedusa largamente frainteso, che Saladino, con una certa caustica irriverenza, cita affrontando il tema dell’emigrazione: «“Il sonno” scriveva il principe di Lampedusa, “è ciò che i siciliani vogliono” dimenticando questi vivi e vitali, i quali altro che sonno. Fermi alle linee di montaggio delle industrie europee o sudando con venti sotto zero a spalare neve fanno della Sicilia una colonia che esporta braccia d’uomo – anziché grano o caffè – e ripagano il prezzo del parassitismo con le rimesse dall’estero» (p. 120)

[15] M. Perriera, Romanzo d’amore, Sellerio, Palermo, 2002, p. 1115.

[16] Ibid.

[17] G. Saladino, De Mauro. Una cronaca palermitana, cit., p. 80.

[18] M. Perriera, Romanzo d’amore, cit., p. 1117.

[19] Ibid.

Lascia un commento