
di Massimiliano Sgroi
Si è abituati a vedere l’invisibilità come un potere, perché rappresenterebbe un mezzo per sfuggire ai pericoli, alle trappole. Forse il punto è proprio questo, diventare invisibili potrebbe non essere il mezzo, ma il motivo per sfuggire alla “legge”, che a sua volta potrebbe essere essa stessa “la trappola” o “il pericolo”. Ma chi gioca il ruolo della trappola e chi quello del fuggitivo? Chi è il giusto e chi è il colpevole? Ma soprattutto chi stabilisce chi è cosa?
Viene in soccorso lo scrittore americano Ralph Waldo Ellison, che nel 1952 pubblicò il suo primo romanzo, “L’uomo invisibile”. Romanzo che è molto importante nella narrazione del problema razziale degli USA, prima da un punto di vista sociologico (è uno dei primi romanzi che affronta diversi tabù e pregiudizi riguardo i neri) e poi da un punto di vista storico (la differenza sostanziale tra il “Nord” e il “Sud” nel dopoguerra).
«Sono un uomo invisibile. Non sono uno spettro, no, uno di quelli di Edgar Allan poe; e nemmeno un ectoplasma da film di Hollywood (…) Sentite, sono invisibile per il semplice fatto che la gente si rifiuta di vedermi(…) L’invisibilità di cui parlo si verifica per via di una disposizione peculiare degli occhi di quelli che incontro(…) Ti preme da morire convincerti che esisti nel mondo reale, che sei parte del clamore e dell’angoscia, e attacchi con i pugni, li maledici, bestemmi, per farti riconoscere. E purtroppo non funziona quasi mai.»
Le parole del prologo dello scrittore in “L’uomo invisibile” sviscerano, attraverso un gioco biochimico, una verità profondissima. L’invisibilità sta negli occhi di chi guarda, non nel soggetto visto. Le “avventure”, o per meglio dire le “sventure”, del protagonista del romanzo diventano un percorso di consapevolezza nei confronti di questo “non potere”. Dall’ammissione al college, del Sud per neri, alla presa di coscienza totale nella fogna di Harlem si realizza il percorso “metaforico” ma reale che ogni nero in America realizza, e deve realizzare, per sé stesso.
«What did I do
To be so black
And blue?»
Queste parole di Amstrong risuonano nel prologo, trascinandosi un’eco esistenziale di un tema dominante negli USA.
“Cosa ho fatto per essere tanto nero e triste? (Blue)”.
In questo e in molti altri passi del libro emerge anche tutta la formazione musicale di Ellison (suonava il piano e la tromba). Il jazz è, non solo uno strumento di “rivendicazione”, ma un mezzo per comprendere uno stato emotivo e sociale. La musica diventa anche uno spazio di appropriazione culturale imprescindibile. Rievocata tra i ricordi, la musica non a caso gioca un ruolo fondamentale nella ricostruzione del percorso del protagonista senza nome.
Quello che emerge è che non importa quanto tu abbia riflettuto sulla tua pelle o condizione sociale, una forza maggiore, una forza opprimente, ti porterà a riflettere e il risultato sarà triste. Paradossalmente, è proprio nella violenza su chi ha o meno diritto alla cittadinanza che ci si accorge di essere cittadini, di appartenere a una comunità che esiste solo perché “lascia fuori” qualcuno. In Italia si potrebbe dire che questo si è verificato per i fatti di Genova del 2001, in cui i ragazzi di allora si sono resi conto di quanto lo stato fosse entrato nelle loro vite prima che loro se ne potessero realmente accorgere. E anche allora, in che modo se ne parlò?
Questa strofa richiama una scena suggestiva di “Moonlight” – film del 2016 diretto da Barry Jenkins – in cui il riflesso della luna e del mare si abbatte sullo stato d’animo dei due protagonisti, e questo blu incessante ritorna a più riprese nel film e ci fa sprofondare con loro in questo senso malinconico e profondo del vivere da reietti e da emarginati, in cui all’amore proibito tra neri omosessuali subentra la società che sfascia una vita, che poi forse, come in uno spiraglio di una luce lunare, si risanerà.
Ma oltre la violenza fisica endemica, ve n’è una più labile ma ugualmente incisiva, quella promulgata dal linguaggio. Ce ne dà un’eloquente spiegazione Alessandro Portelli nel suo saggio “Ginocchio sul collo”.
Il saggio è molto esplicativo, partendo da una riflessione accurata sul movimento “Black lives matter” riesuma la questione razziale degli USA, attraverso riferimenti musicali, letterari, storici e di cronaca recente, fino ad una riflessione sul nostro Stato e sulle politiche discutibili in tema di migranti e di inclusione sociale. L’americanista, critico musicale, storico, Alessandro Portelli evidenzia un fattore rilevante riguardo la questione razziale, nel sesto capitolo del saggio.
«Come in tutte le guerra, il linguaggio è una delle prime vittime: eufemismo, manipolazione, tutti i sotterfugi possibili per non chiamare le cose col loro nome e non nominare i colpevoli (…)»
E poi riferendosi alle narrazioni dei giornali rispetto agli episodi di violenza razziale della polizia durante le proteste.
«In tutte queste narrazioni, i verbi sono al passivo, i soggetti impersonali, “afroamericano colpito”, “poliziotto coinvolto”, non “poliziotto uccide”; “sparatoria fra civili”, senza soggetto), la parola “violenza” appare solo in riferimento alla protesta(…)»
I soggetti non esistono, sono impersonali, appunti invisibili. Ne fa anche le spese il protagonista di Ralph Ellison (di cui il lettore non conosce il nome), che una volta cacciato dal college si ritrova, grazie al suo talento oratorio, a far parte dell’organizzazione della Fratellanza. Tutto sembra scorrere veloce e in modo eccellente, il ragazzo del Sud che a New York trova il suo posto nel mondo ed esalta le sue qualità. È una forma di violenza subdola, dove il bianco ha la pretesa di sopraffare il soggetto violentato: dove lo schematismo e la disciplina di una “setta”, lacera ancora di più lo status sociale del quartiere e ignora le vere difficoltà. Questo processo si verifica più volte all’interno del romanzo, il delirio di onnipotenza dei leaders, spacciato per forma scientifica o forza storiografica, diventerà opprimente tanto da costringere l’oratore a parlare, ma non a pensare e soprattutto a non agire. In poche parole a essere un soggetto visibilmente invisibile. L’assenza della Fratellanza nelle strade sarà un’occasione per gruppi nazionalisti neri di imperversare senza ragione, con violenza spropositata e che culminerà nella violentissima quanto incredibile rivolta del ghetto, ignorando un principio fondamentale per la crescita della comunità e del raggiungimento dei diritti dei cittadini, al punto da far riflettere su una questione importante evidenziata anche da Portelli.
«Se tre mesi di proteste prevalentemente pacifiche non sono bastate a insegnare alla polizia a non ammazzare senza ragione, non resta che alzare il livello dello scontro e prendersela con i luoghi e le cose che materialmente incarnano il dominio(…) penso alla frase che in “Uomo invisibile” (1952) lo scrittore afroamericano Ralph Ellison mette in bocca a un uomo che nella rivolta del ghetto dà fuoco all’edificio in cui lui stesso abita: “Mio figlio è morto di tubercolosi, in quella trappola per topi, ma d’ora in poi non ci nascerà più nessuno”.»
Ecco, forse non occorre la violenza indiscriminata, come il gruppo nazionalista dei neri, ma contestare i luoghi e i beni di quel “dominio” di cui parla Portelli. Si capisce allora il motivo per il quale siano stati distrutti monumenti simbolo di quella forza opprimente. E, qualora questo non sia possibile, bisogna “risignificare” quei luoghi, come suggerisce più avanti lo stesso americanista. Come hanno fatto ad esempio alcune associazioni nei confronti di simboli fascisti: in uno stato in cui è incredibilmente difficile rimuoverli, si può sempre mettere loro un fazzoletto rosso, oppure farli vivere attraverso grandi manifestazioni di resistenza. Non si prenda a caso questo esempio, infatti vi è principio esposto nelle righe finali dell’epilogo del romanzo fondamentale in tal senso.
«Perciò una delle più grandi forze del mondo è lo spettacolo dei bianchi che si affannano per scappare dal nero ma diventano sempre più neri ogni giorno che passa, e dei neri che lottano per diventare più bianchi e invece si spengono nel grigio.»
In queste parole si racchiude il vero senso del movimento “Black lives matter”, ormai passato di moda per i giornali e la televisione: i diritti non sono dei neri, i diritti sono di tutti. Questo spinge la comunità di Portland, con pochissimi neri in percentuale, a protestare con la stessa intensità di altri stati. Un risveglio delle coscienze partito dall’ennesimo atto violento dello stato nei confronti del cittadino. Lo stesso motivo forse che spinge Bruce Springsteen a cantare “American Skin (41 shots)”, canzone dedicata a Amadou Diallo, ucciso dalla polizia ad Harlem nel 1999 con 41 colpi di pistola, solo perché stava prendendo il suo portafoglio.
«It ain’t no secret
It ain’t no secret
No secret my friend
You can get killed just for living in your American skin
(41 shots, 41 shots, 41 shots, 41 shots)»
Risignificare l’esistenza e i luoghi potrebbe essere un successo straordinario per l’umanità, in fondo forse è questo il messaggio finale dell’epilogo di Ralph Ellison: è nel buio della fogna, nella caduta assoluta, che la coscienza del protagonista viene a galla.
Risignificare la propria vita. Forse anche nel momento della morte.