
di Chiara Evola
«Siamo tutti profughi, senza fissa dimora nell’intrico del mondo. Respinti alla frontiera da un esercito di parole, cerchiamo una storia dove avere rifugio».
Timira, con Wu Ming 2, Antar Mohamed
Leggere Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie significa immergersi in una storia fatta di corpi in movimento, di identità, di punti di vista diversi da quello a cui siamo abituati.
Chimamanda Ngozi Adichie è una scrittrice nigeriana, vincitrice del National Book Critics Circle Award del 2013; Americanah è il suo terzo libro, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2014 con traduzione di Andrea Sirotti. Adichie è una delle voci emergenti – insieme a Lola Shoneyin, Chris Abani, Uzodinma Iweala, Teju Cole, Okey Ndibe (tutti tradotti in italiano) – della letteratura nigeriana, una tradizione che affonda le proprie radici nell’opera del drammaturgo Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura nel 1986, e nei romanzi di Chinua Achebe, considerato uno scrittore fondamentale della narrativa africana in lingua inglese e il cui impegno politico è testimoniato fin dal suo primo romanzo, Things fall apart, in cui denuncia l’esclusiva narrazione coloniale che l’Occidente fa dell’Africa.
Americanah ci permette di posizionarci da un’altra parte, da una diversa angolazione, uno spazio nuovo che ci obbliga a uno sguardo nuovo sulle cose che ci circondano. La protagonista del romanzo, Ifemelu, è costretta – come il lettore è costretto a cambiare sguardo – a cambiare idea su sé stessa e sulla propria identità, ciò avviene nel modo canonico in cui ognuno di noi prende coscienza di sé: viaggiando, cambiando paese, spostandosi. La macchina narrativa si avvia infatti quando Ifemelu vince una borsa di studio che le permette di lasciare il suo paese, la Nigeria, per trasferirsi all’università di Princeton, negli Stati Uniti. Qui Ifemelu si accorge per la prima volta, e in modo doloroso – ogni cambiamento lo è –, di essere nera, e comprende quanto lo sguardo altrui sa essere invasivo, giudicante, deformante. Come dice la protagonista, in America «la razza ha importanza eccome» e ciò ha un peso enorme sia nei rapporti tra bianchi e neri:
«L’unica ragione per cui dici che la razza non è un problema è perché vorresti che non lo fosse. […] Se sei nero in America e ti innamori di un bianco, la razza non è un problema finché siete da soli, perché siete solo voi e il vostro amore. Ma appena esci fuori, la razza ha importanza eccome. Ma noi non ne parliamo. Non le diciamo nemmeno ai nostri partner bianchi, le piccole cose che ci fanno incazzare e quelle che vorremmo capissero meglio, perché abbiamo paura che ci rispondano che stiamo esagerando, o che siamo troppo sensibili.» (Americanah, p. 278)
sia tra neri americani e neri non americani. È proprio a questo proposito che fa capolino la questione di come acconciare i capelli, un aspetto non secondario per le donne nere – spazio di lotte e di rivendicazione dell’identità femminile africana – e che passa ancora una volta attraverso lo sguardo altrui. Non ci si può presentare a un colloquio di lavoro, a un esame o a un appuntamento con i capelli afro, che agli occhi degli altri sarebbero indice di disordine e di incompetenza, ma bisogna lisciarli e schiarirli con prodotti chimici che li rendono crespi e rovinati. Ifemelu inizialmente si adatta al canone della “white beauty”, accorgendosi dello sguardo di stupore e diffidenza perfino dei neri americani sulle sue treccine afro. Non a caso tutta la narrazione, che si svolge in flashback, poggia su un solo luogo, quello del salone dove si acconciano i capelli, luogo-simbolo di timore razzista e identità rifiutata o ritrovata, dove Ifemelu si reca per farsi finalmente le treccine, pronta per tornare in Nigeria. Spostarsi è una delle parole-chiave del libro e una delle azioni che più frequentemente intraprende la protagonista nella storia: per raggiungere il salone afro deve uscire da Princeton, prendere un treno e poi un taxi, spostarsi insomma in periferia, lungo i bordi. Proprio lungo i bordi avvengono quei momenti di presa di coscienza che riavvolgono il nastro dei fatti accaduti e rimettono in moto l’azione: durante le sei ore, necessarie per acconciare i capelli, Ifemelu ripercorre mentalmente la sua vita, la rivive sotto una nuova lente, quando i fatti si sono conclusi, presentandoceli dunque con una diversa consapevolezza.
Il ritorno in Nigeria non è assolutamente una riappacificazione con il proprio paese, “un ritorno alle origini”, ma richiede un ulteriore sforzo, un’ulteriore presa d’atto da parte della protagonista che capisce come i luoghi tanto difficilmente si lasciano abitare quanto, al tempo stesso, sottilmente ci abitano: una volta tornata anche Ifemelu s’accorge di avere uno sguardo straniero:
«– Il suo generatore è grande come casa mia, ed è silenziosissimo! – disse Ranyinudo. – Hai visto il casotto del generatore su un lato del giardino?
Ifemelu non l’aveva notato. E si irritò. Era quello che ogni vero lagosiano avrebbe dovuto notare: il casotto del generatore, le dimensioni del generatore» (p. 377).
Il rischio di una narrazione unilaterale della Storia è uno dei problemi di cui si è occupata la scrittrice – e al quale ha dedicato un Ted talk: una narrazione parziale, di parte, ci rende vulnerabili, impreparati davanti alla complessità del reale.
«It is impossible to talk about the single story without talking about power. […] Power is the ability not just to tell the story of another person, but to make it the definitive story of that person. […] Stories matter. Many stories matter. Stories have been used to dispossess and to malign, but stories can also be used to empower and to humanize. Stories can break the dignity of a people, but stories can also repair that broken dignity.»[1]
È in risposta al danno a cui ci espone la narrazione unica che il premio Nobel nel 2003, John M. Coetzee, ha riscritto il grande classico Robinson Crusoe per dare voce all’escluso per eccellenza della letteratura mondiale, ovvero Venerdì, la cui lingua mozzata lo costringe a un’esistenza costantemente mediata dall’interpretazione che gli altri fanno del suo silenzio. Quello di Venerdì è stato il destino dei popoli colonizzati: i loro paesi sono stati distrutti, le genti asservite, le ricchezze depredate, e le loro lingue spezzate, disperse dopo aver subito quella del colonizzatore. La rifunzionalizzazione della lingua del colonizzatore, l’inglese nel caso di Adichie, significa nella letteratura post-coloniale capovolgere il megafono a proprio favore, arricchendolo di storie, di vocaboli e di registri ripresi dalla lingua di partenza, mettendo in moto un processo di riappropriazione linguistica diverso da quello messo in atto dal colonialismo: si viene a creare una lingua in cui plurilinguismo e polifonia rappresentano un’esigenza non solo estetica ma anche etica.
L’importanza di questo romanzo sta proprio nel posto che la scrittura di Adichie occupa all’interno dello scenario letterario contemporaneo, poiché riflette ed esprime la condizione di chi si colloca all’incrocio di strade non ancora del tutto esplorate, anzi fino ad ora deliberatamente ignorate e taciute. Come scrive Claudia Carmina «le opere di Chimamanda Ngozi Adichie sono esemplari della letteratura postcoloniale dei nostri tempi»[2]: la nostra epoca ha un disperato bisogno di recuperare ciò che la colonizzazione ha rimosso, e la letteratura prova a essere uno strumento efficace per lavorare in questa direzione, aprendo gli occhi laddove il negazionismo storico ha tentato di chiuderli. Questa situazione s’interseca con il bisogno di storie che si registra oggi in Nigeria, dove la peculiarità della cultura del romanzo deriva dalla contingenza storica per la quale a scrivere sono in maggioranza scrittori di etnia Igbo, i vinti della guerra civile del 1970 a seguito della quale venne sciolta la Repubblica del Biafra (Chimamanda Ngozi Adichie è nata a Enugu, città che era stata capitale di questa repubblica cancellata dalle mappe). «La storia di questa nazione è stata riscritta non dai vincitori, ma dai vinti»[3].
Questo romanzo, come tutta l’opera di Adichie, tenta di restituire al suo paese uno sguardo e un posto nel mondo, perché la tendenza dominante è ed è stata opposta, quella di un paese visto e raccontato da altri, magari “illuministicamente” attraverso il mito del “buon selvaggio”: come ha detto il Nobel Wole Soyinka, in un’intervista pubblicata da Doppiozero: «dell’Africa si parla quasi sempre in funzione di ciò che è, o è stata, per l’Europa»[4].
Note:
[1] https://www.youtube.com/watch?v=D9Ihs241zeg
[2] Perché leggere questo libro: Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie, in La letteratura e noi https://laletteraturaenoi.it/2017/08/25/perche-leggere-questo-libro-americanah-di-chimamanda-ngozi-adichie/
[3]Ibidem
[4] La sua Africa. Conversazione con Wole Soyinka, Doppiozero https://www.doppiozero.com/la-sua-africa-conversazione-con-wole-soyinka