
di Alberto Bartolo Varsalona
«Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà[…]»
Indifferenti, da «La città futura», Gramsci
Non è passato neanche un mese dalla commemorazione delle vittime di Capaci, e in questi giorni di assedio catodico, di apnea mediatica, riappare con insolita forza, semplicemente declinato in una diversa direzione, quel fantasma della memoria silenziata di cui ci siamo occupati.
La morte di Berlusconi rappresenta la fine (solo formale) di un’era politica, che ha disseminato i suoi veleni tra le radici della nostra società, invadendo con prepotenza ogni spazio. Esce di scena il rappresentante per eccellenza di una scaltrezza, spesso criminale, che inganna, che fotte, di un fascino retorico cui tutto si perdona – fin quando non ci riguarda di persona. E forse proprio da tutto ciò deriva la grandissima fortuna di cui il personaggio ha goduto, e continuerà a godere in Sicilia, terra-paradosso che possiede un vocabolario peculiarissimo sul “fottere”, lungo cui è imperniata l’intera sopravvivenza mascolina, quello stare al mondo che è, innanzitutto, prevaricazione sull’altro.
L’aspetto principale del processo di mitizzazione riguarda, come analizzato per i casi di Falcone e Borsellino, la capacità di sottrarre al piano storico il soggetto protagonista. Nel caso dei magistrati vittime delle stragi, il mito si esaurisce tutto nella commemorazione-fede, nella parata annuale in cui la memoria si fa passiva, quindi anti-democratica, in cui la data persa nel passato perde ogni tipo di legame col presente: i soggetti vengono svuotati di ogni possibile sovra-senso politico che il loro esempio potrebbe, dovrebbe suscitare. Nel caso di Berlusconi subentra un sorvegliatissimo lavorìo di controllo della memoria, tutto mediatico: non importa davvero ciò che ha fatto; importa solo come si percepisce – o non si percepisce – tutto ciò che non avrebbe dovuto fare. Un meccanismo preciso, costituito da stimoli e risposte, che è stato forse il motore principale dell’era berlusconiana, del «buon governo televisivo»1 – come lo definisce l’indimenticabile Tirone intervistato da Maresco – e che ha fatto affidamento su un cittadino sempre più de-responsabilizzato, sempre più tagliato fuori dallo spazio pubblico vivo, attivo, relegato entro confini previsti, e virtuali, in cui digerire la riforma discussa o la manovra approvata al pari della pubblicità: la menzogna spacciata per verità, quando si hanno tutti gli strumenti per confutarla.
Il rispetto per il morto è doveroso, ma la discussione sul significato politico che ha la sua morte, e soprattutto la ricezione collettiva di questa morte, non può essere rinviata. Nel silenzio diffuso, l’altra parte rischia di giocare una partita troppo facile. Infatti, se decretare il lutto nazionale rappresenta un caso unico negli itinera istituzionali, tanto più per una figura così opaca e divisiva, qual è il senso che soggiace alla base della decisione, se non quello di imporre una certa memoria, controllatissima, ai cittadini? Il comportamento cerimonioso non è stato esteso certo a caso, e ha avuto il compito, durante lo struggimento asfissiante delle estreme unzioni, di occultare le tappe più problematiche di una certa esistenza, di un certo percorso politico-imprenditoriale. Come può, logicamente, ricevere l’onore di un lutto nazionale un uomo che ha intrattenuto stretti rapporti con Cosa Nostra?2 Cosa li apriamo a fare i nostri manuali di storia quando ci tocca constatare, sotto gli occhi, evidenti corto-circuiti democratici, e per giunta dovere rispettare il silenzio che un lutto imposto esige? Quelle bandiere a mezz’asta, alle porte delle nostre università, le avremmo strappate.
“La sepoltura della sardina”, capolavoro di Goya inserito in apertura, ci sembra, in questi giorni, eloquente come non mai. La tela raffigura la processione di un martedì grasso a Madrid: l’evento terminava con la sepoltura di una sardina bordata di carne di maiale, un entierro a conclusione simbolica del Carnevale, ultimo eccesso prima della Quaresima. Una massa allucinata, travestita, danza e delira, e sembra quasi tradurre a spasmi una festa che non viene vissuta, bensì subita. Ma l’inaspettato protagonista della tela è il grande stendardo, l’insolito gonfalone sui cui spicca un’enorme maschera: un sorriso sgangherato e compiaciuto, forse, dal fatto che la sardina già non si veda più, oramai inghiottita dalla folla. Dell’elemento che dà il titolo alla tela non c’è traccia, svanito sotto il passo che avanza, la polvere che si alza. In Italia, la storia repubblicana degli ultimi trent’anni è anche la storia della sardina: i fatti – le sentenze – ci sono, e non ci sono. La storia c’è; ma non c’è.
E intanto cerca di farsi spazio, con la discrezione di chi invece sta fuori dalla storia, una nuova tragedia che arriva dalle coste greche: il naufragio di un peschereccio partito da Tobruch e diretto in Italia. Questo lutto non può aspirare ad alcuna “nazionalità”, rifiutato ed esorcizzato, riferito solo come intermezzo tra una notizia e l’altra, che lo seppellirà.
Numeri astratti; non vite. I fatti sembrano non avere più valore proprio: perfino le morti sono ridotte a trame contorte di parole – stimolo, reazione. La messa in alto mare, tra i flutti senza posa, non prevede alcun coro, nessun corteo.
Note:
1: Intervista a Tirone: https://www.youtube.com/watch?v=X8beb9E_gDM
2: «L’imprenditore milanese, abbandonando qualsiasi proposito (da cui non è mai parso sfiorato) di farsi proteggere da rimedi istituzionali, è rientrato sotto l’ombrello di protezione mafiosa assumendo Vittorio Mangano ad Arcore e non sottraendosi mai all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione.» dalla sentenza d’appello del processo Dell’Utri, P. 310, confermata in cassazione.