
di Alberto Bartolo Varsalona
“Andrea: Sventurata la terra che non ha eroi.
Galileo: No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.”
da “Vita di Galileo”, Brecht
È passato pure il trentunesimo, con la sua cifra dispari e scialba. Il nome delle vittime è stato gridato a gran voce, in una climax che dagli agenti di scorta passa alla magistrata Morvillo, e termina con il nome di Falcone: il minuto di silenzio, poi un rumoroso applauso. Puri suoni vaganti di una stagionalità, di una tradizione che anche quest’anno è filata liscia. Non troppo liscia, in realtà, perché al contro-corteo non violento, organizzato per lo più dalla società civile, è stato impedito, inizialmente, di raggiungere il luogo simbolo della commemorazione della strage di Capaci. Considerando l’esito della situazione di tensione che si era generata, crediamo che il momento di scontro sia stato causato da una sciocca, quanto incomprensibile, gestione da parte delle forze dell’ordine. Si trattava semplicemente di un secondo corteo, il quale aveva il diritto, al pari del primo, di recarsi all’albero Falcone. Infatti, la questione che vogliamo brevemente affrontare è un’altra, ovvero la minaccia, in termini democratici, del processo di mitizzazione riservato alle vittime della mafia, ridotti a martiri strappati alla storia.
I giudici Falcone e Borsellino quasi non vengono più percepiti come uomini dello stato, vittime di stragi di cui sappiamo poco, troppo poco, ma come santi di epoche lontanissime, mitici virtuosi che di anno in anno perdono la loro storicità, dunque loro forza civica, etica: politica. Tramite questo processo di mitizzazione si cerca di affrontare, di sbieco, quella che è stata una voragine della storia della Repubblica italiana, passivizzando la carica esemplare delle vittime in una sorta di sonnolenza diffusa e non laica, svuotando con la commemorazione-parata qualunque proposito politico.
La grande conferma di un atteggiamento sempre più consolidato, istituzionalizzato, si è realizzata proprio durante l’anniversario tondo tondo, il trentesimo dell’anno passato. Nemmeno l’annuncio degli endorsements di Cuffaro e di Dell’Utri, incassati silenziosamente dal candidato Lagalla, rispettivamente condannati in via definitiva per favoreggiamento aggravato e per concorso esterno in associazione mafiosa, ha disturbato in qualche modo il muto cerimoniale del corteo, il rito che trova la sua cifra nel silenzio d’idee. L’iter non ammette scarti, la fila solo sequenze ordinate, e non a caso appare inconcepibile l’esistenza di cortei spontanei, alternativi. Nell’ordine trasmesso, ispessito dal tempo che passa, di politica non se ne parla – non se ne deve parlare – perché significa strumentalizzare i morti: meglio lasciarli vivere tra i lati di un santino sgualcito.
Ieri Lagalla non poteva certo non partecipare al corteo: la sua assenza, da sindaco di Palermo, avrebbe provocato un paradosso raccapricciante. Si è celebrata, infatti, a distanza di un anno dai malumori e dagli attacchi in piena campagna elettorale, la comunione che oblia, in un silenzio assoluto, la storia: succede perfino per episodi distanti appena un anno. In queste situazioni il linguaggio della democrazia ci appare ormai del tutto inadeguato: adeguatissimo, invece, quello della fede. L’anniversario non può essere politicizzato: le vittime non devono infuocare le coscienze, bensì quietarle, silenziarle. Vanno più che bene le preghiere sussurrate tra i denti, le croci disegnate sui corpi, e come succede in occasione del venerdì santo in città, dopo avere seguito la statua altalenante dell’Addolorata tra i rifiuti, si pensa già al nuovo anno, alla prossima processione. Perché questo è diventato il corteo, il non-contro-corteo dell’istituzione: una processione che segue una precisa, quanto intransigente, liturgia fuori dalla storia.
Infine su queste brevissime considerazioni grava, opprimente, l’impressione che vede Palermo come eterno margine, terra di confine, periferia delle periferie, e l’ombra che ormai sia una questione tutta nostra, isolana, questo lutto storico con cui dovere fare i conti nel privato. E vale soprattutto per noi giovani che le stragi non le abbiamo vissute, ma ne sentiamo il peso; dobbiamo sentirne il peso.
Sventurata la terra che ha bisogno di eroi. Doppiamente sventurata, questa terra, quando non conosce l’impegno: la memoria.