
di Francesca Grazia
Se è vero che siamo l’educazione che riceviamo allora è lecito giustificare il maschilismo gaddiano. Oppure no: la formazione, l’istruzione ricevute risultano essere le origini più logiche per risalire alle origini di questo “maldidonna”, anche se per Gadda, classe 1893, bisogna guardare molto indietro rispetto alla nascita della scuola di regime. L’Ingegnere scrive Eros e Priapo negli ultimi anni della seconda guerra mondiale (rigurgito terribile della prima a cui aveva partecipato), e proprio in quel periodo si era già strappato di dosso il fascismo, o almeno in parte ci aveva provato. Gadda infatti aderì responsabilmente al fascismo, essendo al momento della sua iscrizione al partito (correva l’anno 1921, benché la data sia incerta) in età già matura: aveva al tempo quasi trent’anni, un’autonomia di pensiero e un fratello morto sul campo di battaglia. Che sia stata una scelta operata scientemente o no, il prodotto polemico della sua postuma rinnegazione è ciò che leggiamo nella sua Mussolineide: un’epopea di Mussolini al contrario, satirica, dove il protagonista non è oggetto di celebrazione ma di scherno (a mo’ della Zucchificazione di Claudio senecana).
È tarda in lui la presa di coscienza, successivo il tempo in cui si è fermato a riflettere per interrogarsi. Manca l’indottrinamento che si subisce nelle aule scolastiche perché la sua adesione agli ordini del Duce – è bene ribadirlo – fu una scelta volontaria, dettata da una ricerca smaniosa, a tratti disperata, di un ordine sociale da perseguire ad ogni costo: per questo Gadda qui compie un’azione di denuncia totale, rivolta agli italiani ma soprattutto a se stesso. La guerra fa esplodere convenzioni morali e moralistiche, provoca disordine, permette un margine di libertà maggiore facendo saltare schemi e costrizioni, porta all’affrancamento dai regimi prestabiliti. Di conseguenza passa dall’essere un autore di destra, convinto sostenitore del fascismo, a pubblicare le sue opere nel contesto completamente diverso degli anni sessanta, in piena egemonia culturale comunista, dopo l’esperienza di delusione delle speranze riposte nella «tonitruante logorrea d’un sudicio Poffarbacco».1
È già al capitolo secondo del libro che l’Ingegnere affida le redini del suo antifemminismo, e garantisce alla narrazione di contenere nel suo esordio la diagnosi dell’ascesa della dittatura del Kuce. La causale di genere è esaminata a partire dal concetto di pandemonio che lo permette, pandemonio che si agita tra gli italiani e “sembra” prenderli alla sprovvista, perciò «(…) lascio a voi di enumerare (=elencare) le altre infinite cagioni e occasioni di aumentato confricamento de’ duo sessi che il pandemonio cioè casino della bella guerra e della relativa mobilitazione comportano».2
Il disprezzo gaddiano parte dalla massa, dal generale (società italiana, popolo, agglomerato informe, moltitudine che si muove alla rinfusa) e arriva al particolare (donna) aiutandosi con gli strumenti della psicanalisi di cui si serve per:
- Caratterizzare le persone/personalità descritte e farne delle caricature parodiche.
- Analizzare la componente erotica che diventa elemento di indagine e derisione poiché usata anche quando dovrebbe essere assente.
- Tentare di certificare anche a se stesso una spiegazione scientifica sull’avvenuta legittimazione del fascismo da parte della foll(i)a italiana per finire «In un delirio d’amore».3
Emerge l’immagine di una collettività, benché si affidi alle donne una maggiore responsabilità, che subisce l’incanto (poi disincanto) dell’Istrione:
«Bagascia ladra, pescò su dal letamaio dei miti un mito qualunque: lo spulizzì e grattò quanto gli venne fatto con le merdosissime unghie sue. Quel bandierone funebre lo issò all’antenna del fallo universo di fra il delirio d’un popolo delirante d’amore (finto), festante e comediante nel nero pantomimo delle smargiassate: che dovevano preludere e la strage e la morte.»4
Lo scrittore si muove fin dal principio esprimendosi con gli elementi di una misoginia odiosa, retaggio di un preciso ambiente socio-culturale e insieme di una vita avvelenata in particolar modo dal rapporto con la madre: tutti motivi non riconducibili al fascismo, che fecero delle donne uno dei bersagli preferiti dalla sua prosa corrosiva, ancor più se si pensa al crescente emancipazionismo, mal digerito da un reazionario come Gadda. È indubbia la rilevanza (seppure negativa, secondo il pamphlet) che il ruolo femminile ha occupato durante il ventennio, non trascurabile la loro ingombrante/adombrante presenza; ma al tempo stesso appare evidente il paradosso di un autore che tenta di condannare il fascismo con la stessa retorica, le stesse armi, di cui il fascismo è stato campione: il sentimento d’impotenza, la violenza (in questo caso verbale), la legge della supremazia, una forte tendenza al conservatorismo, la cruda esposizione delle proprie idee e la conseguente elusione di una voce dissonante o anche l’infervorata veemenza nelle personali convinzioni; dimostrandosi, nei fatti, più antifemminista che antifascista. A riprova di ciò il fatto che questa misoginia verrà meno, con gli anni, attraverso un climax discendente fino alle generazioni successive (tra cui la cosiddetta generazione degli anni difficili: quella degli anni ’20) che eviterà di accanirsi brutalmente contro le donne e proverà faticosamente a cercare le origini del fascismo anche e soprattutto nelle loro colpe, nel loro modo di pensare ormai sporcato fin da piccoli da una così resistente dottrina, non additando l’altro da sé per lavarsene le mani e pulirsi la coscienza. Generazione, questa degli anni difficili, per cui la formazione politica ha potuto palesarsi e costruirsi solo e sicuramente dopo il 1940 e non prima.
Lo stesso autore attribuisce alle donne, instrumentum regni, l’incapacità di vivere senza farsi un Dio, un Duce o un principe come quello narrato dalle più belle favole, donne votate, insomma, all’imbecillità e prostrate per questo all’innata (e nemmeno troppo) religione del fallologocentrismo, schiave devote al “lui vuole, lui dice…”, peccatrici quindi d’una obbedienza cieca, della meno audace tra le più infime sottomissioni a un superiore capace non d’amore ma solo d’erezione.5 Donne asservite ai temi della fedeltà nei confronti delle istituzioni, e della gerarchia sociale che le posiziona in ultimo gradino, ed è in virtù di quest’assoggettamento che il Gran lombardo ne evidenzia il loro masochismo nell’adorazione dello Stivaluto che le defrauda del loro potere riducendole a sguattere di casa: i cosiddetti “angeli del focolare”, quasi fossero tutte vittime, le donne d’Italia, di una sindrome di Stoccolma. Che fosse una disgrazia nascere femmina probabilmente per Gadda era certo, com’era certo il costante bisogno che le donne in quanto tali avevano dell’uomo, e quale miglior maschio se non un “uomo-tacchino” in divisa, a capo, comandante anche della più ridicola mansione, non importa quanto ridicola sia, l’importante è che ordini. È attraverso questa enunciazione che Gadda evoca un’immagine delle donne come avessero una vagina al posto del cervello, quasi secondo una rappresentazione espressionista. «Il dogma fallico ossia il fallo dogmatico»6 è insomma stimolato dalle più elementari pulsioni. La tenacia, la forte personalità, la fermezza ingannano le donne tutte promettendo una loro desiderata protezione. Il culto dell’uomo passa anche e soprattutto attraverso quello della sua immagine che genera un’istintiva potenza libidinosa sulla Predappiofessa, cedevole alla passione lussuriosa per il corpo del Provolone che di carica erotica/narcissica sapeva di possederne, non risparmiava infatti nell’estetica, attento all’uso della propria immagine, della gestualità come attrazione, una fisicità e dei movimenti coniugati ad un’oratoria rigida e inflessibile ma certamente convincente: «la donna ama l’uomo che si esibisce e si agita».7
Più che il termine donna, Gadda utilizza l’appellativo “femina” 217 volte (spesso circoscritto da parentesi se accostato, o meglio posposto, a quello di “uomo”), termine che rimanda quindi al suo carattere bestiale. Aggiunto gratuitamente è il suo spregio che si sfoga in paragoni animaleschi, per cui sciorina di qui in poi una fastidiosa eziologia delle Marie Luise fanatizzate e “istarnazzanti”, della scempia ocaggine delle spiritate Marie Terese, insomma donne oche, donne maiale, donne galline ed altri accostamenti e similitudini che dopo il greco Semonide di Amorgo (sesto o settimo sec. a.C.) non sono più originali ma fissano un immaginario invariabile nel tempo, pietrificato nella già umiliante narrazione dominante del femminile. Ad ogni animale la sua caratteristica primaria, o meglio, il suo vizio che rivela una espressività più spiccatamente offensiva; sceglie accuratamente dal mazzo quegli animali comunemente conosciuti come meno nobili per accostarli al “genere minore”. Gadda si prende gioco di loro attraverso un’invettiva ridondante, animata da un sarcasmo umorale e parossistico che arriva al punto, negli estremi del suo delirio, di invertire i ruoli dell’accusa: la prosa verminosa, il suo continuo torcersi, ci dice molto di più sull’odiatore che sulle odiate.
Lo scrittore decreta, senza alcun beneficio di dubbio, una colpevolezza limitata ad un solo genere, quello femminile, reo di aver favorito l’ascesa al fascismo che assume la forma della conseguenza della passione delle donne per gli uomini di potere, sottraendo vigliaccamente dal banco degli imputati la sua generazione che ha partecipato alla prima guerra mondiale e dal cui fervore guerresco nacque poi il fascismo. È stato, quindi, il branco di malchiavate sotto l’effetto di un abbaglio a muovere l’intreccio storico più d’ogni altro elemento determinante per Gadda, probabilmente per incapacità ad espiarsi o per volontà d’un distacco emotivo. L’ascesa fascista ha quindi una matrice erotica, dove per eros si intende quello di «femmine atte alla eccitazione dell’apposita apparecchiatura mascolina, all’introito del seme e al conseguente scodellamento degli uè uè (…)»8. Studio eseguito su donne realmente esistite, di conoscenza dell’autore stesso che si diverte ad esaminarle ripercorrendone la formazione dall’infanzia: dal mito del papà a quello del Predappiofesso, sottolineando così una scarsa capacità di pensiero individuale e un mancato processo d’autocoscienza personale. Private di un’intelligenza che è solo maschile, attribuisce alle donne («care e utili»)9 solo quella legata ad alcune arti: («poesia, romanzo, musica, pittura e modellazione»)10, ovvero le arti più rinomatamente legate al sentimentalismo e che quindi più si confanno al gentil sesso. La figura di culto di Mussolini è sicuramente accresciuta dall’indice di gradimento delle signorine, delle “borghigianine da bene” (ma anche signore) annoiate per tutta l’adolescenza ,«in realtà sospinte da una certa ghiottoneria masochistica per il virulento babbeo, che regala peste alle concubine, ma insomma ne tiene in iscacco la vedovata lubido,» 11 e mosse da una costante ricerca della metà migliore che le completi, dell’elemento dinamico, mobilitante, rinnovatore e grintoso insito nella componente maschile.
Il loro passaggio si sintetizza in quello che va dalla religione alla dittatura: dalla divinazione del Dio maschio a quella del Duce, ne cambiano inconsapevolmente solo l’oggetto di venerazione, essendo dalla nascita istruite a recitare esclusivamente un ruolo passivo, d’asservimento, riverenza, assecondamento nei confronti di quelli che passano sotto il simpatico nome di ficaioli:
«Palle a parte, non è facile per una Maria Luisa borghese milanese, regolarmente battezzata cresimata comunicata potenziata dal kuce e finalmente hitlerata, che crede regolarmente in Cristo, in Hitler e nel siluro volante, non è facile uscir dall’uggia di tutta una adolescenza pianofortistica piena di paternoster di madreperla, libretto da messa in tartaruga, <…>, coroncine di mughetti e di veli bianchi e di gigli e di altri emblemi dell’imene indelibato: e andar pel mondo, libera finalmenteda’ rompicoglioni di genitori, a girar gli spedali e a vedere de’ bei maschii in camicia».12
Legato al concetto di colpa che afferisce, comunque, al lessico religioso, l’invettiva si sposta al contesto ospedaliero e più precisamente quello della “croce rossa” ed è così che le donne diventano da animali decerebrati a crocerossine interessate, poiché femmine costitutrici dell’elemento cicatrizzante, «dopo la “ferita da esplorazione” che la specie ha subito ne’ pruneti e nel serpaio del più là».13 Le donne si concretizzano nelle uniche aspiratrici di guerra, bramose del sanguinoso conflitto per l’attesa santificazione del martire figlio, marito, fallo, e per il tanto anelato momento di contatto, del mettere le mani sul corpo del maschio eroe (meglio se nel basso ventre): l’ospedale diventa il luogo dove poter finalmente toccare la carne viva del valoroso combattente nell’unica occasione d’impotenza dell’uomo nei confronti della vita. La guerra è dunque grandemente auspicata dalle crocerossine timorate di Dio ed aiuta il loro desiderio di promiscuità, sono loro che alimentano e sono alimentate dal culto dell’eroe più facilmente dal momento che la pelle in battaglia non la rischiavano. L’eros e Priapo si trasforma quindi nel rinomato binomio eros e thanatos: i due principi opposti che dall’antica Grecia a Freud governano l’umanità. Per Gadda tutte le creature italiane “utero possidenti” danno la vita per la morte della vita, per amor di patria ( e quindi del Kuce) prima ancora che per amor materno: fanno figli per mandarli alla guerra, partoriscono una prole che andrà a morire, e accompagnano gli uomini dalla nascita (da mamme) nell’unico momento di perduta passività nel figliare, alla morte (da infermiere). Difatti per Gadda:
«La donna, in genere, non crea il futuro: porta a perfezione il passato con un certo ritardo di fase più o meno sensibile, rispetto al reperto delle avanguardie maschili».14
Immaginario, con anticipo sui tempi, solcato anche dalla letteratura d’oltreoceano: è infatti in ospedale che E. Hemingway fa sbocciare l’amore tra una giovane infermiera inglese e un soldato americano partito volontario, nel romanzo Addio alle armi del 1929. L’ospedale, più di ogni altro ambiente, è il campo da gioco dove si manifestano le occasioni per cedere alle tentazioni dell’amore. Seppur Gadda ed Hemingway siano lontani nello spazio e agli antipodi nell’ideologia di fondo, come la “Lost generation” perde fiducia nei valori tradizionali, così Gadda (e chi come lui ha erroneamente promosso il fascismo per poi pentirsene) ripudia il patriottismo, il moralismo e l’insieme dei valori in cui un tempo credeva e fermamente difendeva.
Traendo spunto, Gadda, dallo stereotipo (pur esistente) ne fa legge universale e generalizzante, l’unico mondo possibile, dando sfogo a un’arrabbiata e risentita ecolalia di vizi del femminile da cui deriva una nauseante e ingiustificabile ginofobia che si respira in quasi l’intero pamphlet. Non c’è margine d’incertezza nelle sue sentenze, né prende in considerazione gradazioni intermedie, sfumature di colori non riconducibili esclusivamente al bianco o al nero, ma riduce inequivocabilmente l’intera specie femminile ad una e una sola donna-tipo, eludendo con precisione manichea altre possibilità d’esistenza al di fuori di ciò che si presenta come la sua struttura mentale. Ciò che Gadda propone è un inventario di donne ridotte a una, dai pochi caratteri fissi e passivi, generate per la sola adorazione del maschio, serve di un pater familias. La concezione delle donne passa solo attraverso cliché cui attinge grandemente non per ribaltarli ma per consolidarli, calcarli, marcarli. Ne risultano donne deformate, dal luogo comune all’inverosimile, portate allo stremo del caricaturale. Marie Luise e Vispe Terese non sono un’astrazione misogina di fantasia dell’autore, bensì i nomi propri che più d’altri, secondo il giudizio dell’autore, portano insiti dei caratteri ben delineati e sempre uguali, indicatori di caratteristiche puntuali di un certo tipo di donna fedele al “maschio maschione”. Quasi che l’autore, in maniera semplicistica, volesse fare eco all’idea di matrice bergsoniana del rapporto tra forma e materia ne L’evoluzione creatrice (1907).
La disamina delle donne le tocca in tutte le loro classi sociali, dalla signora da divano alla meno abbiente, dalla borghese benestante alla contadina ignorante per tracciare i contorni della donna italiana media fascista solo in parte personaggio vicino alla storica realtà dell’epoca, gradino dopo gradino si occupa di tutte, d’altra parte: «“Il mondo è fatto a scale ecc.” dove per scale si intendono le scale del postribolo».16 Soprattutto la borghesia, che dalla sua nascita ha riempito la fetta maggiore della popolazione italiana, è stata un terreno fertile per l’ascesa del fascismo e per facilitare l’emergere di una figura forte, come quella di Mussolini, di cui ha bisogno e che ha in comune con essa l’elemento della “cialtronaggine”. Potremmo definirle tipi plautini: tipologie femminili in cui l’eros è stimolato da figure di potere (“priapismo del patrace”) da cui Gadda ne ricava dei prototipi ridicolizzati.
Lo stile stesso, un adesivo anteposto al contenuto, è rivelatore della sua forte insofferenza: ampolloso, reboante, magniloquente, gonfio, enfatico, opulento, turgido, e dunque vistosamente retorico, non fa che esagerare l’astioso effetto della sua prosa sui lettori. Barocco nella lingua così come nel pensiero, è in primis il lessico a connotare l’offesa, ad aiutarlo nel sondare l’ingiuria mossa ai danni delle donne con coloriture anche dialettali perché è nel dialetto che c’è concretezza, vividezza, verità, nel dialetto (che sia settentrionale o meridionale) l’ingiuria diventa tale. Il suo pastiche letterario è mimetico di una complessità sia interiore, sia storica volta ad analizzare ed indagare la società nel suo funzionamento (o meno). Inoltre, ad abbellire la cornice del parlato, i moltissimi neologismi e arcaismi utilizzati se da un lato possono stimolare la fantasia di chi legge, dall’altro rendono lenta la lettura del saggio e la sua interpretazione. L’ “horror feminae” sta anche nella lingua, nella sua artificiosità, e nemmeno velatamente ma rappresenta il principale specchio d’autenticazione della sua prepotente ideologia “maschia”.
«Dirà taluno: «perché te la pigli tanto con queste pietose e talvolta financo giustappetibili creature, che hanno il solo torto di essersi comportate da galline, galline essendo, e che hanno usato, a ragionare, del loro legittimo utero, il solo organo di cui disponessero per poter ragionare?» 17
Questo breve studio ha voluto cercare una risposta al dubbio di taluno, che venga dal passato o sia una creatura del presente come me, ripercorrendo le orme dalla generazione gaddiana di fine ottocento per analizzare il suo atteggiamento ginofobico. Fenomeno ancora in parte velato da più interrogativi che danno vita a ipotesi forse acerbe o non esaustive ma comunque fedeli a materiali bibliografici di ricerca. Mi auguro che oggi, di fronte a un bisogno di certezze o di “ritorno all’ordine”, si possa rispondere diversamente, arginare una polemica maschilista, guardare alle colpe proprie e altrui con occhi lucidi, senza infierire su un capro espiatorio “che faccia comodo” a un personale percorso di catarsi. Gadda, “ex associato a delinquere”, che della cupidigia fa una disfunzione, della causale del delitto un modo per manifestare la propria repressione, del potere della scrittura un risarcimento privato a danni di altre, cerca così di materializzare la matrice della ruina d’Italia.
Note:
1) Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, Versione originale, a cura di Paola Italia e Giorgio Pinotti, Milano, Biblioteca Adelphi 658, 2016, p. 11
2) Ivi, p. 90
3) Ivi, p. 72
4) Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, Versione originale, a cura di Paola Italia e Giorgio Pinotti, Milano, Biblioteca Adelphi 658, 2016, p. 311
5) Ivi, p. 71
6) Ivi, p. 49
7) Ivi, p. 208
8) Ivi, p. 321
9) Ivi, p. 47
10) Ivi, p. 201
11) Ivi, p. 41
15 Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, Versione originale, a cura di Paola Italia e Giorgio Pinotti, Milano, Biblioteca Adelphi 658, 2016, p. 88
16 Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, Versione originale, a cura di Paola Italia e Giorgio Pinotti, Milano, Biblioteca Adelphi 658, 2016, p. 198