L’enigma: Ivan Il’ič e la morte

“Finita la morte” bisbiglia Ivan Il’ič sul proprio letto di fianco ai suoi stretti e detestabili familiari, un’affermazione che, dopo qualche ora o qualche minuto appassionato di lettura, suona già come una dolce e deprecabile sentenza. Ma la forza e la dolcezza d’altronde sono le qualità di uno scrittore, o per meglio dire narratore, come Tolstoj. Egli, infatti, viene descritto in modo eccezionale da Tommaso Landolfi ne “I russi”, come una sorta di astronomo della vita, capace di illustrare le coordinate dell’uomo, uno scrittore assoluto che per la sua capacità di raccogliere il nulla e il tutto viene amato o detestato. La sentenza però appare anche come una domanda, perché la forza della grande letteratura forse non è tanto dare delle risposte ma cercarle, domandarsi e interrogarsi.

<<Tolstoj appare simile all’astronomo che del proprio strapotente telescopio si valga per puntare soltanto le stelle della Galassia: della nebulosa madre senza dubbio egli sa tutto e tutto ci dice anche brutalmente, ma oltre i confini di essa per lui non c’è che fumi dell’intelletto e tentazioni dei sensi. Ed è immagine ancora larga: Tolstoj non traspone mai, non confronta, se ricorre al simbolo lo fa grossolanamente e con spregio (o piuttosto è il simbolo medesimo che ripullula insopprimibile da una realtà tanto letteralmente evocata), e infine il suo destino si compie pesantemente su questa terra. (Non vale produrre il suo motivato rifiuto della letteratura, poiché egli fu tale anche prima che quei motivi si precisassero e non fece che rifiutare una parte del suo solito sé).>>1

Il focus narrativo si destreggia intorno alla personalità di Ivan Il’ič, il quale forse rassomiglia a un altro personaggio di Tolstoj, almeno nelle sue convinzioni più profonde: Napoleone. Sembra paradossale, ma in realtà vi è un filo che li unisce, infatti come Napoleone è convinto che il suo acume travalichi la dimensione umana per i successi conseguiti, anche il dirigente Ivan Il’ič, in un contesto diverso, considera di aver vissuto “ammodo” o come meglio non avrebbe potuto. Per questa ragione, nel momento del massimo dolore, non si capacita di come la morte incomba banalmente su di lui. Questa illusione di aver vissuto “ammodo” viene, infatti, spezzata da un malanno che Il’ič considera un incidente buffo, una contusione che si trasforma in un danno oltremodo irreparabile.

<<Qui su questa tenda, come altri in battaglia, ho perduto la vita. Ma è vero? Che cosa terribile, e sciocca! Non può essere! Non può essere, ma è!>>2

Da una parte il destino di uomo valoroso che fallisce dopo mille e mille battaglie, Napoleone, dall’altra il dirigente che scala la burocrazia russa vincendo anche i più affamati colleghi, ma perde tutto per una banale contusione. È solo nel dolore che Ivan Il’ič si chiede se non fosse un errore considerarsi immortale, si chiede quale verità si celi dietro la morte, se è la vita stessa che costringe alla morte e alla dissoluzione.

<< “Che non abbia vissuto come dovevo?” gli venne in capo a un tratto. “Ma come è possibile, se ho sempre fatto tutto ammodo!” soggiunse, e scacciò subito quest’unica soluzione di tutto l’enigma della vita e della morte come qualcosa d’assolutamente inammissibile>>3

Da quest’ultima citazione viene in soccorso una parola: enigma. L’enigma è la parola-chiave arcaica per risalire alla radice di ciò che significa conoscenza e quindi di ciò che significa vita e morte. L’enigma è il modus operandi della divinità, di quelle entità che hanno determinato – e forse determinano ancora? – il pensiero occidentale. La divinità non mente, ma non parla neanche chiaro: sciogliere l’enigma significa conoscere. Questo enigma, però, non può essere sciolto, e ciò che rimane è la ricerca di senso dell’enigma stesso, il percorso che esso ha tracciato. Rappresenta in fondo un principio matematico e filosofico, come suggerisce Fichte, la conoscenza altro non è se non qualcosa che sembra avvicinarsi a un punto, una soluzione, ma poi non ci riesce: una tensione. Il calvario di Ivan Il’ič è questo, non solo il tremendo dolore fisico, ma quello morale e mentale: cercare di comprendere il motivo dello stesso dolore. Tolstoj pratica in questo racconto una filosofia pragmatica, grecissima. Non ci fornisce una verità assoluta ma ci dà un indizio per risalire a qualcosa che gli somigli, meglio di così lo illustra sempre Landolfi nel volume “I russi”.

<<Di fatto sta che egli, per motivi che alla più serrata analisi restano e devono restare oscuri, in quasi ogni suo scritto ci colpisce al cuore, e ci lascia, è vero, senza consolazioni e come vuoti (indice d’una forza eppure anche d’una debolezza), ma da quella stessa disperazione ciascuno potrà trarre nuova energia per procedere ovvero per tracciarsi daccapo la propria via, meglio ancora se diversa dalla sua.>>4

In questo slancio propositivo risiede il fine ultimo della morte di Ivan Il’ič, nel tracciarsi la propria strada rammentandosi che non si scrive la storia da soli: né quella generale, né quella individuale. Come storico Tolstoj, infatti, si accorge che la storia la fanno le masse, perché è consapevole che anche la storia individuale è condizionata dagli altri. Da quest’ultima analisi si individuano due importanti direttrici del racconto, quella tracciata dai numerosi medici, dai più lontani ai più vicini, che cercano rimedio alla morte con ostinazione disperando il paziente con il loro fare “borghese”(ecco la vanità e la superbia dell’essere umano, ecco Napoleone) e l’altra, anticipata in parte da Tolstoj come “soluzione” al male, rappresentata dal servo Gerasim che di Ivan si prenderà cura in maniera autentica: uomo buono e incarnazione della non-violenza, della consapevolezza che parte della malattia altro non è che lo stato d’animo.

<< “Beh come…”. Ivan Il’ič sente che il dottore vorrebbe dire: “come si va?” ma lui stesso capisce di non poter dire così, sicché dice: “come avete passato la notte?”. Ivan Il’ič guarda il dottore con aria interrogativa: “Ma davvero non avrai mai vergogna di mentire così?”. Ma il dottore non vuole capire la domanda. E Ivan Il’ič dice in realtà: “Sempre male a un modo. Il dolore non passa, non cede. Ci vorrebbe almeno qualcosa” (…) Essa entra (la moglie), bacia la mano e subito comincia ad allegare che lei da un pezzo era levata e che solo per un malinteso non s’è trovata all’arrivo del dottore. Ivan Il’ič la guarda, la esamina tutta, e le ascrive a colpa il candore e la morbidezza e la nettezza delle sue mani, del collo, il lustrare dei capelli e il brillare degli occhi pieni di vita. Egli la odia con tutte le sue forze.>>5

In questo passo si ascrive non solo tutta la follia della società borghese moscovita, che trova largo spazio in “Anna Karenina”, ma anche un riflesso di qualcosa che Gogol aveva già descritto come “il particolare superfluo”, e che trova solo in Tolstoj il suo punto d’arrivo. Esso determina la caratterizzazione del personaggio e arriva al fine ultimo, quello critico e vero, naturalista, avverso al formalismo della società borghese-liberale e al suo più terribile strumento, cioè la menzogna codificata.

<<“E’ seccante far questo, no? Mi devi scusare. Non posso diversamente”.

“Macché”. E Gerasim fece vedere i suoi giovani bianchi denti e gli occhi gli brillarono.

“Perché non dovrei farlo? Voi siete malato”. (…) Gerasim sorrise di nuovo e voleva andarsene. Ma Ivan Il’ič stava tanto bene con lui, che lo trattenne. (…) La salute, la forza, la baldanza di Gerasim non gli facevano male, anzi lo calmavano. Il principale tormento di Ivan Il’ič era la menzogna.>>6

Durante la stesura del racconto Tolstoj affronta la sua celebre “crisi spirituale” (1879-1891), questa incombenza-beneficio gli causerà persino una scomunica, e più volte nel suo diario personale compare una sentenza che ritorna, simbolicamente, nel personaggio di Ivan Il’ič, ovvero una frase del vangelo secondo Matteo: “Non resisterai al male”. La frase biblica rispondeva a un precedente appunto di un giovane Tolstoj, ossia “Chi sono?”. Nel racconto “La morte di Ivan Il’ič”, dunque, ritorna a grandi linee non solo il turbamento della crisi spirituale di Tolstoj, ma la sua intera vicenda esistenziale. Appare, infatti, la critica alla società mondana e liberale di Mosca, riflesso di “Anna Karenina”, la vanità umana sconfitta dal significato della storia personale e collettiva, riflesso di “Guerra e Pace”, ma soprattutto la visione consapevole dello scrittore non-violento, del nobile aristocratico avverso alla servitù della gleba e del fondatore della scuola pedagogica roussoniana di Polijana, riflesso del rapporto tra Ivan e Gerasim, di una comunione tra le classi sociali. Non sarà un caso che Gandhi guarderà a Tolstoj come fonte d’ispirazione per la sua azione politica, e non soltanto lui troverà nel messaggio di Tolstoj un riscontro “utile”, a volte deformato banalmente: basti pensare a come la propaganda sovietica abbia trasformato Tolstoj in un poeta vate ante-litteram, riducendo la portata delle sue idee.

E’ vero che Tolstoj non amava il simbolo, come ci suggerisce Tommaso Landolfi, ma è anche vero che, in questo breve ma intenso racconto, il sapiente filosofo non-violento con le sue immagini letterarie ci prefigura una conoscenza, strumenti di comprensione del più grande enigma: la morte.

Massimiliano Sgroi

Note:

1, 4: I russi, a cura di Giovanni Maccari, Milano: Adelphi, 2015.

2, 3, 5, 6:  La morte di Ivan Il’ič · Tre morti e altri racconti, trad. di Tommaso Landolfi, a cura di Idolina Landolfi, Milano: Adelphi, 2021.

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