
I due romanzi incompiuti di Vittorini, Erica e i suoi fratelli e La Garibaldina, sono una lettura imprescindibile per chi vuole studiare l’autore. Infatti, pubblicati assieme e contenuti nello stesso volume, forniscono la chiave di lettura dell’opera vittoriniana. Offrono il diadema temporale del prima e del dopo: prima della guerra civile spagnola e dopo, prima di Conversazione in Sicilia e dopo, ma soprattutto prima della resistenza e dopo. Erica e i suoi fratelli è stato scritto nel gennaio 1936 per essere interrotto solo a luglio dello stesso anno. Vittorini scrive nella nota al commento: “Io invidio gli scrittori che hanno la capacità di restare interessati al proprio lavoro pur mentre infuriano pestilenze e guerre (…) la raccomando ai giovani, ma non la posseggo.”. La crisi che vive in quel periodo lo scrittore siracusano non è solo politica e morale: Vittorini s’accorge che il suo processo di scrittura è ancora troppo legato alle letture coercitive giovanili, scolastiche, moralizzate, rigide, tipicamente canonizzate dal romanzo italiano del primo novecento; non occorre far nomi. Abbandonata la stesura di Erica e i suoi fratelli, Vittorini scrive: “E dall’indomani non potei fare altro (a parte le ore del tradurre col quale mi guadagnavo il pane in quel periodo) che leggere giornali (…)”. Queste parole risuonano come un’importante dichiarazione dell’autore, un suo punto di svolta: le traduzioni permettono allo scrittore oramai trentenne, non solo una maturazione culturale, ma anche stilistica. Sono gli anni che preparano, orizzonte lontano ma visibile, la composizione di Americana. Quindi le storie, o meglio, i romanzi che traduce Vittorini passano sotto il nome di Faulkner (Luce d’agosto, 1939), Steinbeck (Pian della Tortilla, 1939), Fante (Chiedi alla polvere, 1941), Saroyan (Che ve ne sembra dell’America?, 1940). Si dà il caso che, a parte il Faulkner più eversivo di Mentre morivo, la scrittura degli autori citati, lo stile degli americani scovati da Vittorini è quel che l’autore più assorbirà: essenzialità, slang regionalistico, balbettii linguistici, buchi profondi all’interno della lingua per lasciar spazio al ricordo e al sentimento. L’utilità della traduzione sta proprio nel ricreare e riformare la lingua, come afferma lo stesso Vittorini: “Riguardo agli americani io non rinnego affatto la loro influenza: so che traducendoli ho ricevuto grande aiuto nella formazione del mio linguaggio. Ma allo stesso tempo so di averli tradotti in un mio linguaggio: non preesistente e non fisso; bensì in evoluzione.”. Il “mio” linguaggio di cui parla Vittorini è una scoperta cadenzata, singhiozzata, frutto forse d’una conoscenza approfondita del sé, d’una nostalgia: l’apice è il discorso che dura un solo respiro, la “parola suggellata” di Conversazioni in Sicilia1. Prima di questo resoconto, la lingua di Vittorini non è così profonda, audace nella sua infanzia. Troviamo degli spunti interessanti ma fatti di singole perifrasi, di colpo interrotte, come ad esempio: “Si gelava fuori, l’aria era grigia di ghiaccio segreto…”, “Specie sognava uva, un’uva di un dolce colore, giallo appannato dal freddo, e non uva da mangiare ma da abitare.” Entrambe contenute in Erica e i suoi fratelli. Ma questi esempi citati sono ancora lontani dalle lunghe pagine di suoni dolci e cocenti come “Ero in quell’anno in preda ad astratti furori…” di Conversazione oppure da tutto il dialogo fanciullesco-fiabesco che troviamo in Uomini e no: “Non vuoi la tua infanzia, e insieme lei? – Lei nella mia infanzia? – Lei bambina e tu bambino. Tu e lei insieme.” Riprendendo le fila del discorso, il volume qui in esame è un’importante testimonianza di come la lingua vittoriniana sia sempre stata magmatica e in evoluzione.
I primi segnali d’uno stile futuro si intravedevano già nel 1936: bisognava approfondire gli aspetti reconditi del ricordo, perché sempre di ricordi si tratta, sono sempre i ricordi a tornare. L’opera di Vittorini non è altro che un riadattamento del ricordo, una ripercussione del ricordo sull’opera narrativa, o una deformazione minima del ricordo (come avviene nel primo Vittorini de Il garofano rosso). Non solo i contenuti hanno carattere memoriale, ma anche la lingua. La lingua del ricordo è una lingua sfumata, veloce, imprevedibile, deformata, infantile, patetica. Precisissimo appare Calvino nell’articolo Vittorini: progettazione e letteratura, contenuto nel volume Una pietra sopra, Calvino scrive: “Il processo della conoscenza ha per Vittorini due condizioni; la prima: di contestare le nozioni abitudinarie siano esse percettive o linguistiche o concettuali (o diciamo pure sempre linguistiche, al livello della percezione, della parola o dei concetti) stabilendo il modo d’una nuova percezione, nominazione e significazione (…)”. L’intuizione consiste nel posizionare gerarchicamente la lingua percettiva prima della lingua descrittiva; prima la poesia rispetto alla struttura. Questo avviene durante e post Conversazione. Quando in precedenza ho scritto che Conversazione in Sicilia dura un solo respiro è perché s’avverte il bisogno impellente di comunicare, liricamente e trepidamente, un’immagine di poesia e denuncia. La capacità di Vittorini sta proprio nel creare una prosa poetica melliflua, senza mai perdere connotati quali: impegno, ideologia, cultura, rivendicazione; senza mai perdere i connotati tipici della struttura. Se La garibaldina resta incompiuto è forse a causa dell’abbondanza di struttura, del ritorno al respiro, dell’affanno, direi quasi del ritorno alla coscienza (dopo il viaggio in treno, ricorrente in Vittorini, e l’approdo al paese natale del personaggio, Vittorini non sa più che dire; la ragione comporta la disfatta del racconto: il suo intento era forse solo il lungo dialogo, il dipinto d’una garibaldina, l’ambiente chiuso del vagone. Raggiunto l’intento, l’autore si chiede: e ora?).
Vittorini non cerca la parole bensì la langue, parlando in termini Saussuriani. Per lui la parole è noiosa, deve esserci perché deve esserci (il romanzo è dittatoriale in questo), ma la sua ricerca è far confluire la langue nella parole, permettere che la voce concreta sia completamente permeata di astrattezza, diventi universale. Non intendo la convenzionale lingua atrofizzata dalle regole, immobile nelle grammatiche: Vittorini è ancora più utopico e sovversivo, adotta la lingua del ricordo o del mito, per crearsi – liberamente – una propria lingua. Questa libertà ovviamente comporta un’ambiguità del livello semantico, un corto circuito della ricezione; un esempio può essere: “Vedeva solo i grandi guadagnarsela e credeva che solo loro potessero, che solo per loro ogni modo per guadagnarsela fosse davvero e senza equivoci un modo di guadagnarsela (…)”, contenuta in Erica e i suoi fratelli. Leggiamo, proviamo a leggere, capiamo, ma capiamo davvero? Torniamo a leggere; che vuole comunicarci Vittorini? Il suo intento è siglare un patto taciuto col lettore, un patto che dice: Guardate che qui è Erica a parlare, è Erica a prendere il mio posto, Erica è una bimba, lasciatela gioire, lasciatela vaneggiare, la sua lingua è la vera unica verità di questa vita. La lingua di Vittorini è quindi liminare, sulla soglia dell’infanzia, del mito, della libertà, dell’anarchia. In tutte queste soglie uno inciampa e casca inevitabilmente; infanzia e morte sono intimamente legate: venire al mondo è strapparsi dall’oblio, morire è strapparsi dalla vita. L’infanzia è quindi un primo impatto alla vita, di conseguenza alla morte. Si entra nella vita ma anche nella possibilità e nella certezza di morire. Per questo la lingua di Vittorini è anche sulla soglia della morte. E la lingua della morte cos’è? “Colpirlo dove l’uomo era più debole, dove aveva l’infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dov’era più uomo.” (Uomini e no).
Come osserva Schlegel, certe parole, certi oggetti, quando si ripetono, formano in un romanzo una specie di rima. In Vittorini è illuminante, la sua rima è ripetitiva per natura, ma non è noiosa per suoni costanti, ed è vitale per capacità evocativa: infanzia, vecchiaia, uomo… Mettere luce su ciò che s’adombra, dare vita alla morte. Sono queste le due tensioni sempiterne in Vittorini. Riporto alcune frasi memorabili de La garibaldina, giusto per un confronto approssimativo con le altre citazioni: “L’aria nera che sbatteva dentro attraverso il finestrino, da poco di nuovo abbassato, aveva un sentore quasi salmastro. D’acerbo d’uva che cominci in una plaga tutta di vigneti, e di mare che sia più lontano dove un ultimo colle monta sabbioso, pur con tralci ancora, e poi si affaccia sopra a dune, di sopra a un lido…” Un esempio del genere sarebbe impossibile trovarlo in una pagina di Vittorini negli anni di Piccola Borghesia (1931) o del Garofano Rosso (1933-1936), spunti sì, brevi parole metafisiche accompagnate sì, ma intere proposizioni no, o comunque non così liricamente stabili, non così musicalmente sentite.
L’intento di questo studio, seppur brevissimo e al limite dell’insulso, era portarci nel laboratorio stilistico dell’autore, perciò ho tralasciato immagini contenutistiche. Giusto, però, osservare come in Erica e i suoi fratelli , le protagoniste siano soltanto donne (lunghe dissertazioni su mogli di operai, mogli di contadini, mogli di medioborghesi): la società è matriarcale, le figure femminili sono forti e decisive, mai la lettura è misogina o soggiogatrice, gli uomini appaiono come coloro che portano il pane a casa e se non fosse per questo, insignificanti. Solo verso la fine delle pagine (non concluse, appunto), troviamo un uomo-bestia pronto a soddisfare la proprio libido; quindi di per sé, un uomo stupido, preda degli istinti e dei venti, non dominante sulle proprie passioni, educazioni. Altro spunto interessante, invece, ne La Garibaldina, è trovare questa personificazione di un’Italia delusa: la signora baronessa Leonilde con i suoi discorsi sulla giustizia, sulla libertà, sul radicalismo individualistico, incarna l’insofferenza di Vittorini di fronte ad un’Italia che post resistenza tanto sperava e tanto aveva promesso, per poi trovarla spenta e moderata. Tanto l’Italia come unione di persone, quanto il Partito Comunista come portatore di valori fondati sull’eguaglianza e sulla libertà. La signora Leonilde, oscilla, quindi, nel risentimento del cittadino progressista, e la delusione di uomo di partito polemico in un pensiero troppo serrato alla dottrina ufficiale sovietica. Inoltre, se vediamo la signora Leonilde come personificazione dell’Italia, troviamo l’Italia approfittatrice (Leonilde lascia le borse da portare al bersagliere, e mai lo ringrazia), l’Italia pettegola (voci sul conto di Leonilde: travestita, puttanone… Voci che non hanno carne e ossa ma solo fruscii e balbettii invisibili), l’Italia usurpatrice. Queste immagini le lascio al lettore, il mio intento era più che altro rispondermi, almeno minimamente alla domanda: Come cambia e quando cambia la lingua di Vittorini?
Alessandro Tesetti
Note:
1: Vedi il cap. XLVIII di “Conversazione in Sicilia”.