Il fuoco nell’abisso: McCarthy, la strada e l’orrore quotidiano

L’apocalisse è un macro-tema fortunato e fecondo nell’America di oggi, e ciò risulta evidente dalle mille versioni più o meno banali che la cinematografia ha proposto: dai commerciali quanto piacevoli film intergalattici appiattiti dalla retorica del bene e del male, ai più compiuti film hollywoodiani, le cui grandi regie mascherano forse certi atteggiamenti di mascolinità tossica, tanto cara agli Stati Uniti. Ma tutte queste rappresentazioni hanno un punto in comune: la figura dell’eroe. Nel caso dei colossi americani sci-fi questi ricoprono pressoché le stesse caratteristiche, reietti o geni incompresi che lottano cercando di creare una società più “giusta” e “buona”, dotati di incredibili qualità fisiche umane o sovrumane, il cui esito spesso e volentieri (un eufemismo per dire sempre) è positivo. Ecco perché si potrebbe dire che la rappresentazione di McCarthy sia non soltanto rivoluzionaria, ma per gli amanti del lieto fine e del supereroe, fastidiosa (quindi eccezionale). La quotidianità nella brutalità non è contemplata in un immaginario apocalittico moderno; in McCarthy sì.

“L’uomo si voltò e guardo meglio. Quello che il bambino aveva visto era un neonato decapitato e sventrato che si anneriva sullo spiedo. Si chinò e prese in braccio il bambino e si avviò verso la strada stringendolo a sé. Mi dispiace, sussurrava. Mi dispiace.”

La siccità verbale degli scambi tra padre e figlio, i silenzi che si nascondono tra una risposta e l’altra senza l’intermediazione di alcun autore o voce fuori campo, amplificano il dramma di un’esistenza vuota e inutile che ha bisogno di cercare piccoli dettagli perché possa riempirsi di senso. La ricerca di un senso trova la sua ragion d’essere nella propria mancanza, la sua corrispondenza nel più carnale ed empirico motivo: il rapporto padre-figlio, altra costante tematica tutta americana. Nel trapasso di una generazione ad un’altra, quest’ultima si rivela, una volta costretta a rifondarsi sulle ceneri della precedente, incapace di farlo nella realtà, almeno secondo le categorie della retorica generazionale, perenni quanto immotivate.

“Credi che i tuoi padri ti stiano guardando? Che ti valutino nel libro mastro? Secondo quale criterio? Non esiste nessun libro mastro e i tuoi padri sono morti e sepolti.”

Ma se pocanzi si è discusso del bene e del male, è giusto sottolineare che la figura del padre nel racconto assume in tal senso un ruolo fondamentale per il figlio: il bambino necessita di sapere chi sono i buoni e chi sono i cattivi, proprio perché sarà il bambino a dover ricostruire, non il padre.

Sebbene alcuni elementi come i dialoghi, la mancanza di capitoli e la frammentarietà dei pensieri e del racconto, ci portino verso quella brutale quotidianità di violenza e mancanza di senso, l’autore a volte inserisce all’interno delle sue rappresentazioni una serie di coordinate simboliche volte a favorire la comprensione del lettore: la cenere, il fuoco, la neve, il mare, il carrello, la pistola, la strada. Si passa da elementi naturali ed “eterni” ad elementi circostanziali che diventano – nel tragitto verso il nulla – “eterni”, ma tali perché persistenti e utili. I protagonisti hanno bisogno del fuoco quanto della pistola, della strada quanto della neve o delle cenere, perché possano riconoscersi parte di un mondo, anche se terrificante. La pistola diventa un simbolo quasi positivo, dal momento che la cessazione della vita nel racconto a volte accarezza tratti di un incomprensibile amore per la vita stessa. La presenza della figura materna, che compare – essendo morta – sempre in una dimensione onirica, è necessaria affinché il padre possa continuare a vivere e al tempo stesso mantenere in vita il proprio figlio. Una catena che se si spezzasse, infrangerebbe il mondo stesso e la sua sopravvivenza. Infine c’è il fuoco, simbolo di vita e civiltà. Il fuoco è la tecnologia della sopravvivenza, la téchne, ma anche il progresso e il suo risultato che agisce simbolicamente in tempeste di fuoco che uccidono milioni di persone. Il fuoco e la sua fine, ovvero la cenere, sono il problematico nesso di un mondo che persiste e di uno che finisce. Ma questo fuoco è anche il bene, è simbolo della resistenza umana, è la speranza che si conserva nella brutalità del quotidiano. Soprattutto nel sistema valoriale del figlio, necessario perché possa continuare a vivere.

“Ce la caveremo, vero papà?

Sì. Ce la caveremo.

E non succederà niente di male.

Esatto.

Perché noi portiamo il fuoco.

Sì. Perché noi portiamo il fuoco”.

“La strada” di McCarthy per certi aspetti potrebbe essere un lavoro meta-letterario non così distante da Moby Dick, il più grande modello americano, in cui tutto è rappresentazione di qualcos’altro, dove la ricerca di senso è il senso. La strada stessa assume questi connotati e la circolarità del percorso, studiato e ri-studiato più volte ha il suo unico elemento di discontinuità nel mare. Si potrebbe dire che il mare sia l’elemento salvifico nella visione dello scrittore americano e nel sistema valoriale del padre. L’elemento capace di spezzare un cerchio, che si esaurisce in breve tempo e riaggancia il padre al figlio nel più grande momento di umanità, breve ma essenziale per il racconto.

“Quando uscì dall’acqua era blu dal freddo e batteva i denti. L’uomo gli andò incontro e lo avvolse tutto tremante nella coperta, poi lo tenne abbracciato finché non smise di ansimare. Ma quando lo guardò si accorse che stava piangendo. Cosa c’è? disse. Niente. No, dimmi. Niente. Non è niente.”

Oppure in un momento di malattia del figlio:

“Gli premeva la mano sulla fronte invocando una freschezza che non arrivava. Gli asciugò la bocca esangue mentre dormiva. Manterrò la promessa, disse piano. Non ti ci mando da solo, nelle tenebre. Per niente al mondo.”

L’epopea si conclude con l’ammaestramento del figlio, in un trapasso che non è retorico, ma vero, autentico. Il padre riconosce al figlio il suo senso e lo ultima, laddove i suoi ammaestramenti sembravano inutili, solo nell’ultima confessione acquistano significato; in un grande grigio cenere, si osserva il fuoco, si scorge il bene. Ma non è il bene del supereroe, non può esserlo.

A tratti il libro assume un atteggiamento di resistenza titanica, di identificazione del bene e del male all’interno di una visione in cui persiste il nulla. A vincere non è l’americano di matrice machista, è il sensibile padre, è la compassione umana che lotta; fuoco che s’agita contro la mostruosità dell’abisso.

Massimiliano Sgroi

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