
Malacarne. Un suono antico, intriso degli umori nauseabondi rilasciati da un corpo in decomposizione, la condanna del dialetto palermitano che viene pronunciata sottovoce, guardandosi le spalle, e che rimanda agli antivalori (omertà, tracotanza, ferocia) iscritti addirittura nel codice genetico del criminale. “Gli altri sono scafazzati, ma lui è proprio un malacarne” si sente tra le borgate della città, nel tentativo di separare l’erba, se pur ingiallita, dalla gramigna, e di tracciare dunque il disegno di una fine irrimediabilmente tragica: sta tutto qui, il secondo non può aprirsi al futuro, prigioniero della propria forma mentis (e tra anima e corpo notiamo una strana contiguità) viene escluso senza appello da qualsiasi ipotesi di redenzione.
“Malacarne” è anche il primo romanzo di Giosuè Calaciura, ristampato da Sellerio quasi 25 anni dopo la prima pubblicazione. Sullo sfondo di una città innominata, nella cui filigrana limacciosa riconosciamo Palermo, si muovono i personaggi di un epos moderno, lanciati in una corsa vana verso l’affermazione di sé, del proprio clan. Calaciura abbandona le coordinate del realismo d’inchiesta, del giallo alla Sciascia, e racconta la mafia in maniera inedita, adottando la prospettiva di un “malacarne”: il romanzo si articola infatti nella lunga deposizione di un pentito, nella “cantata” che rimanda – perfino foneticamente – all’arte del “cunto”. Il narratore/protagonista altro non è che l’oscuro aedo di un mondo estremo, deformato dalla tensione spastica di un lingua vivissima, ancorata fortemente al reale (molti sono i vocaboli traslati dal dialetto più sanguigno) e al tempo stesso capace di voli nelle sfere più alte del fantastico. I fatti di cronaca fioriscono in maniera abnorme tramite l’invenzione letteraria, ibridandosi agli elementi mediati dal fumetto, dal cinema: la Storia viene dunque sviluppata in chiave parossistica, mostrando tutta la propria assurdità, e il lettore può riconoscere Mattarella nel presidente ucciso il giorno dell’epifania, Riina e sodali nei villani, Falcone nel giudice ecc. Il racconto visionario, sostenuto da un ritmo monocorde e scandito da formule reiterate (“non eravamo più niente”), s’allarga in una dimensione corale, coagulandosi in un “noi” indistinto che permette di fissare il carattere paradigmatico delle vicende. Ma alle soglie del XXI secolo i sentieri dell’epica sono interrotti, si ritorcono spasmodicamente verso anfratti sempre più bui.
<<Non eravamo più niente. Sin da quando dovevamo ammazzarli tutti e tre signor giudice, benché solo uno di loro fosse il bersaglio dell’odio che ci trasmisero nello stesso istante in cui ci comandarono la strage. Gli altri dovevano morire per la proprietà transitiva delle parentele e delle affiliazioni …>>1
Secondo Benjamin il narratore rielabora minuziosamente la propria esperienza per creare qualcosa di solido, utile e irripetibile, in modo tale che il racconto si trasmuti nell’esperienza dell’uditorio, stimoli la riattivazione del circuito comunicativo2. Calaciura disintegra questo modello: il narratore non può stabilire un rapporto coerente col proprio uditorio; può soltanto misurare, attraverso la forza brutale delle parole, la distanza che lo separa da esso. Possiamo ipotizzare che il giudice in ascolto rigetti il racconto, si limiti ad analizzarlo per risolvere le indagini, che la voce dell’aedo si irrigidisca tra gli atti del processo. Ma solo alla fine il circuito epico si spezza definitivamente, quando il narratore rivela l’uccisione del narratàrio, la sua colpevolezza: il “noi” dunque è un semplice artificio letterario per occultare la propria solitudine, si parcellizza nel momento in cui il discorso rivela la propria auto-referenzialità. Lo sguardo che si posa sulle cose appare dunque scorciato, le contamina col proprio veleno, e i personaggi si concedono alla luce per sparire subito dopo, in un catalogo straniante che va dall’avvocato crocifisso al prigioniero dimenticato, dalla falsa vergine al sicario proteiforme.
Il “malacarne” possiede la crudeltà intellettuale dei personaggi del primo novecento, nulla sfugge al borbottio continuo del suo pensiero. Non si espone per convenienza, non vagheggia un passato mitico in cui la mafia rispettava il proprio codice: la sua unica missione è quella di dare una forma alla propria disperazione, di ricostruire l’unità emozionale dei suoi ricordi. La memoria, la facoltà museale per eccellenza, viene messa al servizio di una confessione, e la sua esecuzione resta un fatto privato, una discesa solitaria nei gironi delle proprie colpe, verso il punto più profondo del Male. Ancora una volta la scrittura di Calaciura manifesta la propria carica eversiva, paradossale: il poema che si dispiega tra le pagine appare corrotto, devastato dalle metastasi linguistiche. Il narratore porta alle estreme conseguenze i meccanismi dello stile omerico, il cui proposito è – secondo Auerbach – “presentare le cose in una forma finita ed esatta, palpabili e visibili in tutte le loro parti e nello loro relazioni di spazio e di tempo”3. Ma la rete dei dettagli e delle cause si ramifica, si estende a dismisura fino a ripiegarsi su di sé nel delirio di specificazione, nel piacere osceno dell’iperbole; fino a catturare nella sua morsa lo stesso narratore. La scrittura si complica, riflette una fissazione allucinata tesa a cogliere il nulla che regge il mondo, la vanitas vanitatum: le vicende intessute da questo lavorio minuzioso non posseggono la luce quieta, mediterranea, che trasfonde la voce di Omero, ma quella fumosa dei vicoli, delle chiese bizantine: il luccichio spento del sangue. L’eccesso si mostra allora in tutta la sua pateticità, le sue costruzioni sono destinate a crollare, a lasciare le macerie di un grottesco che non è mai stato così sofferto, così tragico.
<<Signor giudice, eravamo i soliti condannati a morte, la risposta sguaiata della Storia ai tentativi dell’evoluzione, allevando i nostri figli senza infanzia, vestendoli da neonati come vestivamo noi stessi, col panciotto e le scarpe a punta traforata, contagiandoli con le nostre mode di cattivo gusto per farli crescere in fretta, per esorcizzare la fragilità dei loro corpi con l’aggressività dei nostri riti senza amore.>>4
La vita si riduce in un giro a vuoto, la Storia implode, lo spazio riflette la disperazione dei suoi abitanti, assurge a simbolo stesso della morte: per questo il nome di Palermo viene tabuizzato: pronunciarlo ad alta voce corrisponderebbe all’ultimo soffio del protagonista. È il non-detto, l’informe, che rappresenta il limite e al tempo stesso la meta virtuale della narrazione. Ecco che s’instaura un dialogo serrato (ma non un rapporto dialettico) tra narratore ed autore: se nel primo l’urgenza di raccontare si sovrappone ad una volontà autodistruttiva, alla dissoluzione che permette di liberarsi dall’orrore; il secondo invece si propone di scrutare quel mistero, mantenendosi però a debita distanza, attento a non farsi assorbire. Il romanzo si risolve dunque in una danza macabra dal ritmo frenetico, in un’onda musicale – ora cavernosa ora squillante – che avvolge l’oggetto indecifrabile della sua ricerca. Oppure in una serie continua di immersioni e di emersioni nel gran mare della scrittura, sapendo che – come ricorda Savinio nella nuova enciclopedia – “uno dei probabili etimi di Mare, e proposto come tale da Curtius, è il sanscrito Maru che significa deserto e propriamente cosa morta, dalla radice Mar, morire”.
<<Ordinarono che gli cucissero la bocca, che in nessuna maniera parlasse. Per quanto lo mettessero a tacere tirava fuori una voce ancora più prodigiosa da ventriloquo, amplificando a dismisura il volume delle sue verità ormai accessibili signor giudice. E per quanto lo si suicidasse ripetutamente con plotoni di esecuzione quello non moriva mai perché era già morto. Non c’era altro da fare, bisognava ascoltare contro la nostra stessa volontà in un’ecatombe di silenzio come non se ne era mai sentita signor giudice, e parla ancora raccontando la nostra stessa verità di questo momento e dà voce ai capitoli del futuro non ancora scritto.>>5
Preziosa poi la postfazione che chiude la ristampa: Calaciura racconta l’incontro con Scaldati, il risvegliarsi della coscienza letteraria, ma soprattutto l’evento traumatico che sta all’origine della sua arte. Da un lato corrobora la nostra tesi per cui la sua operazione letteraria è un tentativo di esorcizzare lo scandalo della morte che arriva all’improvviso, violenta e immotivata; dall’altro la portata emotiva dell’evento rende conto della necessità di oltrepassare lo schema della cronaca, di dare una profondità lirica alla prosa. Il riferimento a Scaldati poi, al suo teatro che rappresenta forse l’immagine più veritiera dell’anima di Palermo, ci permette di creare una genealogia dell’arte in città: crediamo che Calaciura nella prosa, De Grandi nella pittura, Ciprì e Maresco nel cinema, Dante nel teatro, D’Agati nella fotografia, siano – consapevoli o meno – figli del mondo cantato dai folli del sarto. Una sorta di realismo allucinato, in bilico tra visibile e invisibile, che insegue la purificazione della materia attraversandola in tutta la sua concretezza, perdendosi nella sua moltitudine babelica. Un movimento che talvolta cambia direzione nel punto più profondo e rumoroso dell’angoscia, oppure resta irredimibile: geroglifico di cui resta ignoto il significato, insetto che stridula.
In particolare Calaciura, in alcuni dei romanzi che seguono il suo esordio (da “Sgobbo” fino al recente “Io sono Gesù”), è riuscito a individuare – oltre le facili semplificazioni – un’apertura praticabile sperimentando il genere della favola, si è prodigato nella creazione di personaggi che tentano di resistere all’assalto della morte attraverso la propria umanità, un’innocenza libera da qualsiasi tipo d’interesse: tutte figure che rimandano all’archetipo di Cristo, che compiono la loro personalissima via crucis fino ad indicare, risoluti ma commossi, le porte dell’Utopia.
Claudio Varsalona
Note:
1: Giosuè Calaciura, Malacarne, Palermo:Sellerio, 2022, pag. 9.
2: Tesi esposta da Benjamin nel saggio “Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov” contenuto nella raccolta “Angelus Novus: saggi e frammenti”.
3: Erich Auerbach, Mimesis, Torino: Einaudi, 2000, pag. 7.
4: Giosuè Calaciura, Malacarne, Palermo:Sellerio, 2022, pag. 192.
5: Giosuè Calaciura, Malacarne, Palermo:Sellerio, 2022, pag. 175.