
Tante cose stavano per cambiare; e, si capisce, per non cambiare nulla. Ma appunto perciò cambiavano.
Leonardo Sciascia
Un labile e subdolo “gioco” attanaglia spesso le brighe del potere, nel quale il più debole (o colui che viene reso tale) fatica a liberarsi, e in un confine tra verità e menzogna traballa nel tentativo di portare ordine nel disordine. Sicché farebbe attenzione a ciò che dice e a ciò che non dice, mentre chi è più in alto si diverte a tenere tra le dita i fili del burattino. E in questo detestabile gioco distinguere la verità dalla menzogna non è cosa semplice.
Nelle note della “Strega e il Capitano” L. Sciascia, discutendo circa la scrittura del racconto-indagine, individua tre parole che sono la chiave di lettura del racconto: Ingiustizia, fanatismo e intolleranza. Il tentativo di restituire una verità è un manifesto chiaro nella scrittura di Sciascia, come scrive lui stesso in “La Sicilia come metafora”.
“Da parte mia ritengo che lo scrittore sia un uomo che vive e fa vivere la verità (…) anche quando rappresenta terribili cose”
Non può esserci omissione, ci può essere un contorno sfumato e qualcuno che tenta di far luce in questo “Contesto”, ma il tentativo deve esserci. Rendere chiare quelle tre parole attraverso la narrazione del racconto “La strega e il capitano” sarà il nostro filo d’Arianna verso ciò che è vero, ergo in un certo senso “Honestum” (ciò che giova agli altri ed è confacente a sé stessi). Ma passando alle terribili cose, cerchiamo di dare ordine a questo disordine, narrando del racconto “La strega e il capitano”.
A Milano nel 1616 Caterina Medici è una fantesca che serve in casa del padrone e senatore Luigi Melzi, il quale improvvisamente comincia ad avvertire un malessere di stomaco. La notizia giunge alle orecchie di un capitano di giustizia, padrone precedente della stessa Caterina. Il capitano Vacallo mette in guardia subito il Melzi dalla donna, accusandola di stregoneria. In un primo momento il senatore Melzi stenta a crederci, ma saranno le ragioni del figlio Ludovico a persuaderlo. Tuttavia la denuncia arriverà dal figlio e in meno che non si dica verrà istruito un processo. Durante l’interrogatorio la donna confessa di essere una strega, ma nonostante la prima confessione il caso comincia ad interessare più persone: Caterina continua a confessare e ad aggiungere dettagli circa le pratiche di stregoneria e circa i rapporti col diavolo. Nonostante le “verità” già raggiunte, o aggiunte, proseguono gli interrogatori per un intero mese fino alla condanna a morte, in pubblica piazza, di Caterina. In fondo il male si reitera durante lo svolgimento del racconto in maniera più che prevedibile, ma Sciascia tiene viva e affilata una doppia narrazione che cerca di illuminare le verità celate da una giustizia cieca.
Esiste un processo, ma non ci sono i responsabili: un’atmosfera kafkiana ante litteram. L’omissione, il famoso gioco di potere, forse inconscio e radicato, non manca persino nelle fonti che Sciascia scruta da cima a fondo: Verri nella sua storia di Milano, lo stesso autore de “Le osservazioni sulla tortura”, ha il riguardo di non menzionare mai la famiglia Melzi, e molte delle notizie di cui si serve Sciascia provengono dal capitolo XXXI dei Promessi sposi, in cui Manzoni fa riferimento al processo, usando anche lui il medesimo “riguardo”. I Melzi a quanto pare, almeno fino al secolo XIX sono intoccabili. Eppure la ruota gira, non quella della tortura o meglio, forse sì, perché la memoria per certuni è una sorta di pena insopportabile, e Sciascia, nella sua veste di giudice e inquirente se ne serve, ma per fare giustizia.
Va sottolineata anche l’abilità di Sciascia nell’emulazione della sua fonte ispiratrice, e l’elencazione ironica delle fonti potrebbe ricordare quella tutta giudiziaria dell’emerito Azzaccagarbugli ai danni di Renzo, personaggio che in questa storia avrebbe certamente trovato un posto di rilievo. Ma questo gioco è nelle mani di molti, di esponenti del potere e di dotti su tutti, che “se pur aventi rispetto agli altri” non si risparmiano nel cercare un po’ più di credito a danno degli innocenti. Primo fra tutti proprio il Settala, il quale compare, menzionato da Manzoni, prima come dotto che ha avuto il merito di individuare il malanno nella peste, e al tempo stesso il demerito di averne trovato la soluzione nel rogo di untori e streghe, e poi come inquirente: sarà il primo ad interrogare Caterina e a sostenere che il malefizio non fu fatto per amore. Il Settala perciò fa parte di quella categoria di dotti che Sciascia menziona in quella “circolarità perversa” col popolo, per cui i fenomeni vengono descritti, catalogati, approvati e rimessi in circolo come verità assodate. L’esempio di Caterina è lampante, in fondo è come se lei fosse l’esperimento meglio riuscito di questo malsano e terrificante processo. A tal punto che la stessa Caterina, cosciente in cuor suo di essere innocente, crede di essere realmente vittima della sua stregoneria.
Nella scena di uno degli interrogatori Sciascia riporta: “Caterina era in disposizione di confessare quel che aveva fatto e quel che non poteva aver fatto”.
Ma la follia della giustizia trova la sua forma negli interrogatori. Durante l’interrogatorio del Selvatico due sono gli aspetti che ci interessano. Il primo fra tutti la trascuratezza di possibili prove o testimoni che potrebbero scagionare Caterina, infatti la donna sotto tortura non solo è costretta ad inventare situazioni, ma fa anche dei nomi, e gli inquirenti o non si danno pena di cercarli questi nomi o, se lo fanno, non li ritengono necessari alla loro verità, ovvero che Caterina, messa al rogo nella baltresca, debba fare da esempio. Il secondo aspetto è anche più scabroso, perché cogliendo l’aspetto “interessante” o la “cera diabolica” di Caterina gli inquirenti persistono sugli aspetti sessuali del rapporto intrattenuto col diavolo, le cui sembianze sono quelle del senatore Melzi. Allora si capisce perché nel processo il senatore Melzi venga chiamato in causa come testimone e non come parte lesa, e soprattutto perché, nel dialogo con il Vacallo, definisce Caterina “il ritratto della bruttezza”.
Il gioco di potere quindi si è trasformato in una rete di richiami al passato, di interessi, di vendette, e a farne le spese è solo Caterina. Partecipano a questa dinamica anche coloro che potrebbero scovarne l’ingiustizia, ma preferiscono essere opportunisti. Infatti oltre al menzionato Settala segue il figlio del senatore Ludovico, il collegiale non collegiato. Ludovico non era stato ammesso al collegio, e chissà quanto gli avrà fatto comodo denunciare una strega: l’anno seguente, come per miracolo, ricevette un invito dalla scuola. Non tutti quindi attraverso la letteratura possono cogliere la verità, neanche avendo gli strumenti sott’occhio.
Ma gli opportunisti, i detrattori, i bugiardi e le loro vittime sono d’ogni tempo. Infatti Angelo Ficarra, de “Dalla parte degli infedeli” è un vescovo, che forse Manzoni collocherebbe, o chi per lui, tra gli esponenti della “Chiesa buona”. Il vescovo di Patti è un cliente scomodo in generale, e lo è sicuramente per la DC del 1946. Il suo mancato interessamento alle vicende politiche del paese fomenta possibili congiure ai suoi danni.
Gli attentati alla sua autorità non sono manifesti, vanno colti tra le righe. Nel riordinare i documenti Sciascia è consapevole della difficoltà di rendere chiare le intenzioni degli scriventi, di questi continui scambi epistolari tra Sua Eccellenza e le svariate forme di potere politico dapprima ed ecclesiastico in seguito. Il potere, in questo caso, veste le tuniche della Sacra Congregazione Concistoriale, del cardinale di Palermo Ruffini, della segreteria del Vaticano e, sotto sotto, del partito della croce e dello scudo. Ma i passaggi sono graduali, le antipatie nei confronti di un vescovo che non scende a patti con la politica, cristiana, sono sempre più forti. Iniziano persino durante il periodo fascista, emblematico è l’episodio della mancata proiezione di alcune pellicole del duce e il rimprovero della Sacra Congregazione che sembra preludere al successivo “processo” durato oltre dieci anni. Ma il mancato interessamento del vescovo pare inaccettabile, allora egli ne diventa il capro espiatorio. La sconfitta della DC a favore degli scomunicati e dei comunisti è opera di Satana in persona, questo è il punto della lettera che è stata scritta con le letterine de “L’osservatorio Romano” e spedita al vescovo. Ma le elezioni nell’arco degli anni si ripetono, anche perché laici e comunisti non vanno spesso d’accordo e le DC continua a perdere, così questo partito sotto forma di delegazione si presenta direttamente dal vescovo e non viene ricevuta.
In una lettera “all’increscioso fatto” si dice: <<Memore dell’evangelico “Bussate e vi sarà aperto” era venuta la Commissione suddetta a bussare al vostro cuore paterno per ricevere conforto e aiuto nell’ora triste che i sinceri democratici cristiani pattesi attraversano; ma non le fu aperto>>. Ma più che evangelico sarà, invece, redarguire un vescovo per non aver predicato abbastanza contro i comunisti e additarlo come responsabile di una propria disfatta. La persecuzione continua ed il fine è chiaro: le dimissioni o il trasferimento da Patti. Le lettere conoscono una sola destinazione a Patti, il vescovo Ficarra. Tanto è vero che a redarguire sulle “Anime votanti” è il cardinale della Sacra Congregazione Piazza, le risposte sembrano esaurienti a giudicare da quanto riporta lo stesso Piazza, ma nel giro di quattro mesi ritornano le richieste di chiarimento e monsignor Ficarra non può che replicare alla stessa maniera.
“Ma il giuoco è più sottile. La Sacra Congregazione non chiede ora informazioni, spiegazioni, discolpe (…) Assume come non vere le accuse, pur elencandole come se vere fossero (…) e auspica che, con un gesto di stanchezza, voglia mettervi fine (…) Siamo alle radici di un processo inquisitoriale o stalinista. Bisogna anche se innocenti, rendersi alla colpa, per il fatto che alla colpa, come esempio di colpevolezza, si è stati scelti”. Duole ammetterlo, ma certe forme di ingiustizia sono talmente collaudate e radicate che neanche un rogo esemplare può redimerle per estirparle. Processi già istruiti, vittime già designate, cose che cambiano per non cambiare affatto.” Così commenta ne “La strega e il capitano” Sciascia riguardo il processo di Caterina, ma il cui significato può adattarsi anche al vescovo Angelo Ficarra: “Terrificante è sempre stata l’amministrazione della giustizia, e dovunque, e specialmente quando credenze, superstizioni e ragion di stato o di fazione la dominano o vi si insinuano”.
Non ottenendo l’effetto desiderato i persecutori non demordono e anzi passano al contrattacco, il gioco sottile si estende e raggiunge i caratteri di vera e propria menzogna, in alcune lettere del 1949 la Sacra Congregazione insiste sull’infermità del vescovo. Prima la mancanza della vista e poi dell’udito, con evidente rimando metaforico alla mancata capacità del vescovo di ascoltare i propri fedeli e la realtà per la quale duramente lotta. I detrattori non sono disposti a scrivere le loro intenzioni, sono omertosi, sono bugiardi, per cui tocca al vescovo esercitare la follia della giustizia, quella vera. Se c’è un errore di sistema difficilmente un singolo uomo può cambiarlo, specie se da solo. Ma la letteratura e la memoria possono farlo, possono carpirne i meccanismi e lacerarli, senza il bisogno di eroi o martiri.
“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”
Brecht – Vita di Galileo.