Il feudo del toro

La romería de San Isidro, Goya

“Quelli del colera” è una novella della raccolta verghiana “Vagabondaggio”, che segue le prime sperimentazioni pienamente veriste di “Vita dei Campi” e il capolavoro de “I Malavoglia”. A raccontare le drammatiche giornate di un’epidemia che colpisce larga parte della Sicilia orientale è un narratore regredito, voce di una massa indifferenziata di popolani, che pensa e reagisce agli eventi straordinari secondo categorie interne, superstizione e interesse su tutte. La ricostruzione dei fatti viene inevitabilmente viziata da un’oscura responsabilità collettiva di cui il narratore, che nel Verga verista non coincide mai con l’autore, si fa portatore: la dimensione isolana è ferina, annichilisce qualsiasi guizzo di civiltà. I venti afosi del colera travolgono interi paesi e un’isteria di massa sconvolge le casupole devastate dai lutti. La morte, “l’irruzione scandalosa del niente”, viene metabolizzata nella maniera più atroce e selvaggia, nella ricerca affannosa di un capro espiatorio, tramite il quale superare, almeno psicologicamente, la crisi. Dopo aver raccontato l’attacco della propria comunità a una famiglia di commedianti (che perlomeno verrà risparmiata) il narratore allontana da sé il flusso degli eventi, deformandolo ulteriormente. Su questo episodio, che chiude la novella e ne è il fulcro, porremo la nostra attenzione. A spostare il focus narrativo su un altro paese è un’apertura di rara potenza espressiva, in cui si celebra l’efferata risolutezza e la lungimiranza di una comunità altra, exemplum di barbare sovrastrutture culturali.

 “Dove avevano saputo far le cose bene era stato a Miraglia, un paesetto mangiato dal colera e dalla fame, il giorno in cui s’erano viste là pure certe facce nuove per la via dove da un mese non passava un cane, e la povera gente, senza pane e senza lavoro, aspettava il colera colle mani in mano

Da questo momento in poi il testo s’increspa, Verga riesce ad alimentare, come solo i maestri sanno fare, un tessuto narrativo nevrotico, che deborda da tutte le parti in un crescendo nauseante di orrori. A catalizzare i timori comuni, ad esorcizzare l’incomprensibile epifania dell’assurdo in terra, ricorre la seicentesca scorciatoia degli “untori”, sviliti strumenti della coscienza comune. Infatti, vige nel paese un sistema chiuso, secondo il quale chi proviene da fuori, viene percepito come diverso, quindi pericoloso. L’untore non può che essere esterno al sistema, straniero; e non a caso il linciaggio, qui, travolge un’indifesa famiglia di zingari, etnia che assurge a simbolo per eccellenza di nomadismo e apolidia. Coloro i quali giungono da fuori sono tanto più pericolosi, quanto più non possono essere identificati correttamente, poiché privi di un bagaglio culturale stabile, codificabile secondo le categorie arcaiche del paese. Compiuto l’eccidio, scattano sistemi di difesa che mirano a legittimare il sangue innocente tramite la strumentalizzazione delle stesse vittime. Ma la gravità dell’eccidio, nella più totale mancanza di rapporti logici, viene pur sempre percepita dall’inconscio, e persiste, seppur isolato, un elemento eversivo, che trascina l’aguzzino in un affanno simile a quello che egli stesso infligge: non un dolore fisico, ma un orrore tutto interiore, proiettato nel sonno. Ecco che un groviglio immotivato di eventi fagocita aguzzini e vittime: gli uni esistono, gli altri no; lo strazio li accomuna.

E ancora, dopo cinquant’anni, Vito Sgarra, che aveva menato il primo colpo, vede in sogno quelle mani nere e sanguinose che brancicano nel buio.

Vito Sgarra, uno dei “toccati dalla grazia”, dei convertiti dell’ultima ora, viene perseguitato da raccapriccianti visioni, ma di un suo sincero tentennamento nulla ci è riferito, e la voce narrante neutralizza, nell’ottusità, ogni spunto di autocritica della strage. Sul paese grava un senso di colpa collettivo che richiede una farsa taciuta, a cui tutti partecipano. La tragica entità dell’accaduto viene sistematicamente ridotta, e in un percorso di auto-assoluzione il narratore-comunità tenta di convincere della propria “buonafede” sia il lettore, sia sé stesso. Un’autentica espiazione richiede troppe fatiche; conviene dimenticarsene.

La dimensione verghiana bandisce qualsiasi redenzione o riscatto. Gli episodi si succedono in una stagnazione morale e civile, in cui i punti di riferimento del pensiero comune permangono nelle loro perversità. Nessuna crescita, nessun moto ascensionale scuote la narrazione o i suoi personaggi; semmai la degradazione ferina, che riduce l’uomo a bestia, si estende inesorabile su ogni pagina. Neanche la situazione contingente riesce a smuovere le acque infette della palude culturale, lungo cui l’occhio del narratore si muove. Fra le tenebre della ragione l’arretratezza è condizione esistenziale, inestirpabile, che smembra i fatti e ne contamina le realtà empiriche. La voce narrante, deformata e deformante, liquida in una riga frettolosa la ricerca di prove decisive del dolo.

Dopo, frugando fra i cenci della carretta, si disse che avevano scovato le pillole del colera e ogni cosa.

Il periodo non ha nulla da comunicare, nessuna informazione utile ai fini della comprensione e ogni singolo costituente non fa che slegarlo dalla realtà, lo immette lungo un asse neutro, privo di coordinate (chi agisce? Come? E quando?). Un periodo troppo fragile e inverosimile, che quasi lascia pensare a un’interruzione del dialogo col lettore: il narratore scrive a sé stesso, per sé stesso; tenta, inconsciamente, di redimersi. Matrice comune ha l’interrogativo che chiude la novella, in cui emittente e destinatario coincidono per una seconda volta.

Però, se erano davvero innocenti, perché la vecchia che diceva la buona ventura, non aveva previsto come andava a finire?

L’ordine naturale si riflette, oscuro e contorto, in quello sociale: ogni cambiamento è apparenza, messinscena passeggera. La legge del più forte chiama in causa l’intero paese, squalificando le istituzioni, i loro criteri assoluti. Giustizia e religione dinanzi tali dinamiche non possono che uscirne svuotate di senso: a regolare la vita del paese sono gli istinti primordiali, ritmi elementari. Nessuno può tirarsi indietro: vivere significa istituire un rapporto di dominio sull’altro, in una scala gerarchica che teoricamente non trova né un inizio, né una fine. Nel dipanarsi straniante della narrazione ci si rende conto che in questo sistema di relazioni perfino le vittime, i commedianti e gli zingari, se solo ne avessero la possibilità, continuerebbero questo circolo infinito di violenze sull’altro che legittimano, nella ferocia, sé stessi. Essi, infatti, nella passività appaiono come entità ridotte a oggetti di un dominio esterno, in balìa degli eventi, dai quali non possono neanche fuggire. Tagliati fuori dal cerchio del dominio (probabilmente per tragiche vicissitudini e non per autentica volontà) essi non vivono, in quanto il loro campo d’azione non precipita su nessuna vittima inerme, non ha di che nutrirsi. In Verga il quesito ontologico ha dunque esiti tragici: essere significa sopraffare.

Uno scrittore che non crea in termini linguistici, che si omologa alle cadenze standardizzate, ai codici senza memoria, non farà mai della Letteratura, o forse non sta proprio scrivendo. Non è un caso che la più grande rivoluzione letteraria di fine Ottocento passi da uno scrittore impegnato linguisticamente come pochi. La sfiducia propria della tradizione sperimentale-espressionistica italiana, di cui Verga è capofila, sovvertendo la regola e destabilizzando l’idioma nazionale, riesce ad alimentare un modello pienamente autonomo, soprattutto nel confronto con la corrente naturalista d’oltralpe. La coesione minerale dell’italiano verghiano, “irradiato di sentimento e ideologia dialettale” 1, conferisce a ogni pagina un’intelaiatura granitica, una solidità strutturale in cui il sistema critico può attivarsi e la denuncia, che è conoscenza e mai giudizio, può prendere consistenza.

Una lingua renitente, irripetibile ci costringe a guardare negli occhi un uomo imbestiato, ci abbaglia in un labirinto che non ha vie d’uscita, che affossa il passo e ribolle di putredini; al lettore spetta vagarci dentro e, nella migliore delle ipotesi, esserne consapevole. Lì regna il toro, nessun Teseo vi giunge.

Alberto Bartolo Varsalona

1: Vincenzo Consolo, «Sopra il vulcano» in: Novelle, Giovanni Verga, Milano, Feltrinelli, 1992.

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