Cochlias legere

Piccola torre di Babele, Bruegel il Vecchio

Si sa che il secondo romanzo è il più difficile perché “imposta la voce”, “determina il futuro” dell’autore, e Consolo l’ha sempre saputo. Tredici anni, di studio e profonda riflessione, separano l’ambizioso esordio de “La ferita dell’aprile” da “Il sorriso dell’ignoto marinaio”, primo vero successo imposto all’attenzione del pubblico e della critica, romanzo già maturo e punto di non ritorno della letteratura italiana del secondo Novecento. Lingua e futuro, neanche a dirlo, sono già “impostate”, “determinate”.

Il Sorriso, romanzo storico-metaforico, inscena le angosce, le disattese speranze del ’68 tramite i controversi episodi del Risorgimento in Sicilia. Il barone Mandralisca, esperto di malacologia e di sentimenti anti-borbonici, è di ritorno da Lipari, mentre tra le braccia custodisce con cura l’ignoto di Antonello, donatogli dallo speziale dell’isola. Il ritratto, con la sua indecifrabilità, s’impone come punto d’invenzione linguistica e strutturale, immagine chiave che coagula in sé le altre; il suo mezzo sorriso somiglia e tra le somiglianze, concrete e illusorie, si dirama la narrazione. Intorno alla rivolta popolare di Alcara li fusi, alimentata dall’arrivo dei garibaldini in Sicilia, gravitano i grandi interrogativi dell’opera consoliana, riflessioni di valore civico e storico. Una ressa violenta e furiosa che porta al massacro del ceto borghese, dominante, poiché cieca è la fiducia nei garibaldini, in un nuovo ordine che trapassi il feudalesimo e le sue gerarchie, cangianti nelle forme e identiche nella sostanza; ma questa inafferrabile Italia, con i suoi paroloni altisonanti, incomprensibili ai ceti subalterni, altro non è che la continuazione sotto una nuova veste di un oppressione secolare, inestirpabile quasi fosse un retaggio. Un’insurrezione, quella di Alcara, che non viene raccontata, che non può essere raccontata, se non attraverso i suoi morti, il suo desolante quadro finale, di là dalla storia, dai suoi cerchi asimmetrici. Il barone, scienziato naturalista tutto d’un pezzo, assiste al crollo delle sue intramontabili ideologie, dei suoi elitari e futili interessi: al rogo i suoi studi, le ricerche erudite sulle lumache. Nella lettera che egli invia al procuratore Interdonato quasi è sul punto di raccontarla per altri, la rivolta, regredire alla verghiana maniera da intellettuale nobile e aristocratico. Ma il rifiuto, la sofferta presa di coscienza avrà la meglio. Vorrebbe, ma non deve, e non può. La scrittura aristocratica, illuminata, è pura “impostura” di “privilegiati”, una serie infinita di versioni circoscritte, di verità manipolate, le quali si ritrovano estese e imposte. La storia può essere raccontata solo da chi la fa, nel bene o nel male. Un racconto, una redazione valida e al tempo stesso embrionale del fatto storico, o almeno dei suoi esiti, va cercata lungo i muri del “carcere torto” di Sant’Agata, il “Purgatorio” dei rivoltosi in attesa del processo che chiude, vorticando, il romanzo; un “muro d’antica pena” ricoperto di scritte, seme e speranza di un’indipendenza, di una libertà storica, che viene riferito tale e quale dal Mandralisca all’Interdonato – della gente che qui parla, carbone su pietra, “Che ne sappiamo noi, che ne sappiamo?”.

FU SCANNA SCANNA ORBO

BOTTI SCHIAMAZZO

AIUTO STRIDA SAN NICOLA

A QUESTO I PATIMENTI

PORTARO NOI BRACCIALI

UNO MI AZZICCO’

LI UGNA IN FACCIA

I DENTI NELLA MANO

QUANDO CALO’

COME SACCO VACANTE

ROSA CHIAMANDO

ROSA1

Il Ritratto di Antonello “a voi sì simigliante” è punto d’avvio e ritorno, di svolta e collasso, spiralizza la narrazione, la richiude entro giri di una chiocciola. Il barone, alla fine del romanzo, lascerà i propri averi per creare una scuola destinata ai figli dei popolani. Il ritratto, invece, sarà esposto in un pubblico museo, a ispirare le generazioni future di subalterni, in cerca degli strumenti concettuali acquisibili solo tramite l’istruzione, per emanciparsi dalla loro subalternità, per fare la storia, e soprattutto per scriverla. Una metafora, quella del Risorgimento, dell’intellettuale in crisi (protagonista e autore), che col tempo non perde il suo straordinario valore, anzi “irradiandosi” tra le epoche “allarga il suo spettro”.

L’indagine di Consolo, il suo sperimentare, non è mai furia sconnessa o vuoto virtuosismo, ma s’iscrive in una precisa operazione culturale. Non è l’insofferenza anti-conformistica delle avanguardie, ma una polemica esatta a un sistema valoriale in forte trasformazione durante gli anni del miracolo economico. Non è un caso che lo scrittore abbia sempre confessato la sua netta distanza dai gruppi d’avanguardia, il 63 su tutti: chi sfoggia la propria rivoluzione, palesandola, spesso non ha nulla di nuovo da riferire. Nel passaggio epocale da un paese contadino ad uno industriale, a mutare, in un pericoloso quanto anti-democratico livellamento, è anche la lingua, che sembra quasi stendersi lungo un asse orizzontale, burocratico, adempiendo solo alle esigenze del potere, dei rapporti di forza. La lingua centrale, livellata, estromette le insidiose voci ai margini, sopravvissute al processo sopracitato, portatrici di un’identità culturale non ancora corrotta, ma soprattutto feconda. E proprio a queste voci, a queste isole di resistenza culturale, Consolo s’affida, collocandosi come narrante in un’estremità linguistica, rifiutando qualsiasi sicurezza editoriale, qualsiasi mercificazione del testo. Una voce ai margini, imprevedibile, che è quella della tradizione espressionistica-sperimentale, la quale nel suo perenne senso di sfiducia nei confronti della società, di distacco da essa, di malinconia, parte già da Verga, attraversa la straordinaria opera di Gadda, per giungere fino agli esempi, antitetici regionalmente, del vicentino Meneghello e di Consolo stesso.

L’essere in Consolo è memoria, e la sua costruzione letteraria non prevede alcuna distruzione: si costruisce, talvolta perfino in contrasto, ma sempre sul costruito. L’azzeramento della tradizione porta a un vicolo cieco, conduce a fievoli lampare: la lingua artificiale delle avanguardie non esiste, in quanto non ha memoria. Da questa intuizione tutta mediterranea nasce l’idea di una letteratura che può essere solo palinsestica, scrivere sullo scritto, sul costruito pocanzi citato. Infatti, il palinsesto è una pergamena che contiene due testi sovrapposti, in cui l’originale non è del tutto cancellato, ma rimane visibile in trasparenza. La loro relazione, volendo ricorrere a Gérard Genette, è ipertestuale: l’ipertesto entra in relazione con un testo anteriore, da lui chiamato ipotesto. Questo succede, ed è sistematico, in qualsiasi pagina del Sorriso, profondamente mossa da relazioni di tipo intertestuale.

«Al castello de’ Lancia, sul verone, Madonna Bianca sta nauseata. Sospira e sputa, guata l’orizzonte. Il vento di Soave la contorce.»2

Un esempio emblematico di scrittura palinsestica: evidente il rimando a Dante «Quest’è la luce de la gran Costanza/ che del secondo vento di Soave/ generò ‘l terzo e l’ultima possanza» (Paradiso, III 118-120), mentre l’uso della forma verbale “guata” rinvia direttamente al linguaggio della Commedia.

La memoria, dunque, che sia linguistica, letteraria o storica, si fa motore della narrazione nel Sorriso. Memoria che è termine fondante di un sistema filosofico mediterraneo, o almeno siciliano, e congiunzione dei due archetipi, per ragioni anche biografiche (Consolo era grande amico di entrambi), di Piccolo e di Sciascia. La memoria esistenziale-letteraria del poeta di Capo d’Orlando e quella storica-civile dell’eretico di Racalmuto vengono ricontestualizzate, si avvalorano in calibrate corrispondenze stilistiche e tematiche (rispettiamo il binomio nell’ordine già proposto). “Questo libro è un parricidio” disse Sciascia, con compiaciuta ironia. Il suo allievo, infatti, “rifiuta” in ogni pagina la lezione linguistica del maestro: alla chiarezza logica e illuministica, preferisce seguire, in prosa, le coordinate poetiche, barocche e al tempo stesso diafane, del “dormiveglia” piccoliano. Ma l’afflato civile, intellettuale, di chiara ascendenza sciasciana, fonda e alimenta la crisi del Mandralisca, alter-ego di Consolo stesso, imponendolo come figura anti-gattopardesca per antonomasia, antitesi vivente dell’inerte principe Salina, il quale preferisce, tra gli stucchi e le porcellane di una nobiltà già in rovina, lasciarsi attraversare passivamente dalle metamorfosi della storia, dalle sue cesure ingannevoli.

«Omeros in Greco antico significa ostaggio: il poeta vale a dire è ostaggio della tradizione, della memoria, e della memoria letteraria soprattutto»3

Ma, nello specifico, come si articola questa enorme operazione linguistica? La lingua centrale manzoniana-toscana, geometrizzata come il francese per Leopardi, quindi incapace di poesia, non viene azzerata come avrebbero voluto le avanguardie, ma superata immettendo nel suo solido corso elementi sovversivi, giacimenti estranei: dai lessemi dialettali agli innesti stranieri. La sentenza latina, l’intuizione goyesca, il dolore di un sanfratellese, con il suo galloitalico “strambo”, “forestiero”, fluiscono in un circolo serrato, in cui gli elementi s’illuminano vicendevolmente; sono smalto, vetro, oro di uno stesso mosaico, di una stessa abside ri-consacrata alla ragione. La cura lirica, l’attenzione alla scansione metrica, sono il tentativo di ri-sacralizzare il linguaggio nell’era del trionfo tecnico e tecnologico, in cui le istanze stesse della poesia sembrano essere minacciate da una profana immediatezza, da un’urgenza consumistica. Il melos consoliano è quello dell’aedo greco, in cui ogni individualità scivola nel cerchio del tutto, il particolare s’inabissa nell’universale. Testo e sovra-testo (intendiamo quello udibile, lo spartito percorso dalle assonanze, dai ritorni sonori), comunicano profondamente nella loro coralità: se il testo non offre mai spazio assoluto al singolo personaggio, dal sovra-testo non si spicca mai una voce sola. L’uomo nel suo vivere storico e sociale, primo referente dell’indagine consoliana, essendo gruppo e mai individuo, necessita di una polifonia per essere raccontato. Questa melodia funzionale, che segue e sostiene il tessuto narrativo, ne sottolinea i momenti di svolta organizzando in senso ritmico il periodo, ne segnala le somiglianze, i giochi di specchi lungo cui si irradia tutto il Sorriso. Infatti la realtà, come insegna la tradizione, va mediata, interiorizzata, e in soccorso al poeta, dai tempi di Omero, v’è la metafora. A noi tocca leggerne i segni, con un pizzico di fortuna magari interpretarli, come fa il Mandralisca, leggendo le scritte dei prigionieri lungo le spire lugubri del carcere di Sant’Agata, nella sua sofferta catabasi compiuta “per doveroso compito, con amarezza e con speranza”, per “conoscere com’è la storia che vorticando dal profondo viene, immaginare anche quella che si farà nell’avvenire.”

«il narratore dalla testa stravolta e procedente a ritroso, da quel mago che è, può fare dei salti mortali, volare e cadere più avanti dello scrittore, anticiparlo. Questo salto mortale si chiama metafora.»4

“Cochlias legere dicevasi in antico” dunque raccogliamole queste chiocciole del sapere, nelle loro cicliche impennate, nei loro dolci tracolli, seguiamone la fila a riva, la loro idea di civiltà. I vertici letterari del Sorriso invadono il lettore, come colpi di sole, bagliori del meriggio alla salina, inebriandolo o accecandolo; dipende dalla sua volontà e dalla sua forza, perché si sa che la vera cultura richiede sempre un sacrificio. All’occhio arguto e consapevole il testo dispiegherà le sue sacre sponde, l’Itaca tutta terrena della consapevolezza; la lingua, invece, la sua catarsi.

Al di là è la musica. E al di là è il silenzio.

il silenzio tra uno strepito e l’altro

del vento, tra un boato e l’altro

del vulcano. Al di là è il gesto. 5

4fa

Alberto Bartolo Varsalona

1: Vincenzo Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio [1976], Milano: Mondadori, 2004, pag. 130.

2: Vincenzo Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio [1976], Milano: Mondadori, 2004, pag. 6.

3: Vincenzo Consolo, “Lo spazio in letteratura”, in Id., Di qua dal faro, Milano: Mondadori, 1999, p. 266.

4: Vincenzo Consolo, “Un giorno come gli altri”, racconto, in Racconti italiani del Novecento, a cura di Enzo Siciliano, Milano: Mondadori, 1983.

5: Vincenzo Consolo, “Catarsi”, in Oratorio, Lecce: Manni, 2002.

  • Di fondamentale importanza è stato l’articolo “Consolo narratore e scrittore palincestuoso” di Daragh O’Connell.

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