
A cento anni dalla sua nascita, possiamo certamente dire che i libri di Leonardo Sciascia non sono invecchiati, anzi vivono una condizione di rinnovato vigore: è ormai un classico, nella definizione che ne dà Calvino, ovvero di un autore che oltrepassa i limiti della storia, che riesce a dialogare sempre col proprio lettore. Sul solco della grande tradizione siciliana, Sciascia estende la provincia: l’isola che vive e ricorda e pensa, nella trama delle sue narrazioni, diventa la sola immagine possibile di un mondo, la sua ultima metafora.
Servendosi della propria intelligenza, di una singolare misura letteraria, che all’illuminismo francese intreccia il barocco spagnolo, alla ragione affianca l’assurdo, Sciascia tenta di forzare le maglie del reale, di inseguire quei valori che si reggono da sé. E nel suo percorso si trovò spesso isolato, frainteso sia nel bene che nel male. Oggi ci sembra ingiusto l’appellativo di “profeta”, che tradisce oltremodo gli intenti di uno scrittore che vede nella prosa, nell’esattezza della costruzione sintattica, uno strumento d’indagine: la sua opera è un tentativo di radiografare il proprio tempo, di individuare aritmeticamente la verità. Per questo la sua lezione appare coerente sia nella finzione romanzesca, che negli articoli e nei saggi: tutti i suoi libri hanno uno spirito in comune, un metodo invariato; e nel loro insieme sono l’espressione stessa di un uomo.
Scrivere, ovvero gettare luce sul pozzo della vita, sulla materia oscura, torbida e sinistra, che è destinata a fuoriuscire: conoscere le dinamiche del male, dell’imbecillità, quindi del potere nelle sue forme più degradate, è la prima azione per reprimerle. Sciascia ci insegna il sospetto, in un tempo che crede di essere arrivato al proprio compimento, che s’illude coprendosi gli occhi: ma il sonno che dorme non è mai stato così spaventoso, così prodigo di mostri. Tuttavia si può avere paura dell’ignoto, del non-detto, ma all’esame della scrittura la farsa viene smascherata, mostra la sua natura grottesca: la risata, nella sua carica propriamente tragica, si fa sofferta presa di coscienza, punto di partenza e mai di fine. In questa prospettiva l’opera di Sciascia sembra affondare le radici in tutto ciò che di umano è racchiuso nel nostro cuore, oltre il pessimismo che negli anni lo fece vacillare: l’idea di giustizia, la sua necessità. Così la fiducia nella ragione non s’accresce mai più del dovuto, non si ritorce contro di sé: non un sole allo zenit, che stordisce se fissato a lungo e nasconde nel proprio delirio tutte le ombre, ma una continua alba mediterranea, simile a un lume quieto, che sempre attende.
Nella sua inevitabile eresia, ci sembra corretta la formula di Silone: “Un socialista senza partito, un cristiano senza chiesa”.