Il barone magico

Las Meninas, Diego Velázquez

Nel 1954 Montale ricevette un libricino, lo ritirò in grazia di un’affrancatura postale difettosa, di una tassa di 180 lire. “Stampato da una sola parte del foglio e impresso in caratteri frusti e poco leggibili”, il caso vuole che il poeta lo leggesse non per senso del dovere, ma proprio nel tentativo di appurare se valesse 180 lire. E si direbbe che la coincidenza sia l’unica certezza, perché il libricino valeva molto di più: erano le 9 liriche del barone Lucio Piccolo di Calanovella, autentica rivelazione di quegli anni e grande escluso delle nostre antologie. Pubblicato per la prima volta nel ’56 da Mondadori e accolto nella collana de “Lo specchio”, Piccolo cadde lentamente nell’oblio, sia per la complessità della sua scrittura, sia per le ritrosie mostrate nei confronti del mondo letterario: fuori dalle tendenze stilistiche del tempo, l’esordio tardivo gli permise di meditare la crisi novecentesca, individuando una dimensione poetica alternativa, dalla quale si propaga – con ampio respiro – il suo canto in perenne “dormiveglia mediterraneo”.

Rampollo di un’antica casata nobiliare e testimone cinico della rovina aristocratica, Piccolo trascorse gran parte della sua esistenza nella villa di famiglia a Capo d’Orlando, in compagnia della madre e dei fratelli. E proprio la villa, quella favola abitata da anime in pena, aperta con i suoi finestroni al paesaggio, alle folate di vento e alle onde del mare, sarà il laboratorio del poeta, in cui distillerà – come un buon alchimista – quella solitudine dorata che è la linfa stessa dei suoi versi. La sua apertura al mondo, la spietata amicizia col cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa, gli schiuse le porte di una cultura vertiginosa: s’interessò di musica, di esoterismo, di filosofia e di matematica, traduceva da dodici lingue e nella sfida con Lampedusa non si lasciò scappare nessun grande autore europeo. Nelle sue liriche possiamo riconoscere l’influenza di una costellazione che si allarga a piacere: Campana, Yeats, Montale, Rilke, Hopkins, Lucrezio, ma soprattutto Gòngora.

Le raccolte di Piccolo sono tra i frutti più maturi della Sicilia letteraria, quel luogo di miti e di contraddizioni, dove s’incrociano le correnti e si fa bruciante il contrasto tra luci e ombre. I suoi versi mostrano subito la loro appartenenza, svelano la propria costruzione retorica: una curva di antinomie che tende al chiaroscuro, lungo cui il fascino per la vita e il senso tragico, le ansie conoscitive e le fughe nel passato, si polarizzano per poi fondersi nel canto, nel conflitto totalizzante “fra universo mutevole ma concreto, reale, ed un io assoluto eppure irreale perché privo di concretezza”. E sulla predilezione dell’oscurità, reazione a quell’eccesso di luce tutto isolano, s’instaura la recherche à rebours: esplorando le possibilità della memoria, il poeta cerca di esorcizzare la morte, di ritrovare una piena coscienza di sé.

Mobile universo di folate/ di raggi, d’ore senza colore, di perenni/ transiti, di sfarzo/ di nubi: un attimo ed ecco mutate/ splendon le forme, ondeggian millenni./ E l’arco della porta bassa e il gradino liso/ di troppi inverni, favola sono nell’improvviso/ raggiare del sole di marzo.

(Mobile universo di folate)

Piccolo rifiuta la contemporaneità, o almeno le forme più “violente” di quest’ultima, e nella trama della sua poesia, in quel labirinto di anditi bui, lucernari, ellissi mobili, si riverbera il rifiuto dell’esterno: la realtà viene sottoposta a un processo di “degnificazione”, soppressa per troppo amore. E così l’assunto narrativo, quella Sicilia gattopardesca, sdoppiata tra conventi e vallate, diventa un pretesto: ciò che conta è l’oggetto in sé, fuori d’ogni traccia storica, o meglio nella sua potenza epifanica. Gli ambienti si cristallizzano in singole figure, in simboli slegati dal contingente, e questi entrano in relazione tra loro, si proiettano vorticosamente in un altrove, nel singolo punto “ove lo spazio si aggomitoli che sia soltanto noi”. Ogni lirica sconfina il proprio nucleo ideativo, si risolve nell’insieme delle raccolte come parte di un organismo vivo: una poema della natura “interna”, un singolo verso metricamente assurdo.

La presa di coscienza della datità fenomenica è l’inizio del viaggio nell’ombra, nella parte luttuosa della luce: la sequela del quotidiano viene spezzata da un’improvvisa verticalità, e il poeta si fa medium del profondo. Soggiogato dall’ispirazione, come nella migliore tradizione orfica, il gesto creativo di Piccolo è una sorta di raptus: il periodo si espande a raggiera, i sostantivi s’incalzano a vicenda, e la materia perde consistenza per poi rifluire entro nuovi contorni, il movimento s’imprime laddove tutto è fermo. Gli elementi fondativi, l’esaltazione e la coesione, vengono così strutturati dall’intrico dei suoni e delle immagini, da quell’armonia ritmica che suscita visioni (o il suo contrario). Questa è la regola del gioco: sull’oscurità del linguaggio si staglia, per contrasto, lo splendore delle cose. E la poesia diventa un rapporto, quella distanza che invera gli oggetti.

Da torri e balconi protesi

incontro alle brezze vedemmo

l’ultimo sguardo del sole

farsi cristallo marino

d’abissi… Poi venne la notte

sfiorarono immense ali

di farfalle: senso dell’ombra.

Ma il raggio che sembrò perduto

nel turbinio della terra

accese di verde il profondo

di noi dove canta perenne

una favole, fu voce

che sentimmo nei giorni, fiorì

di selve tremanti il mattino.

(Il raggio verde)

Il raggio di sole sparisce nella notte, per poi riapparire all’alba: il suo è il viaggio della poesia. L’interrogativo di Piccolo è infantile, riflesso di un timore insito nella sua memoria: tornerà il giorno? O riformulando: è ancora possibile il canto? La notte si permea di questo dubbio, e diventa luogo di agnizioni, esistenziali e letterarie: mentre la luce elenca le cose nella loro superficialità, il buio le confonde fino a scorgerne una radice comune. Oltre a ciò la notte è la dimensione del sonno, del dolce delirio in cui la coscienza ritorna all’uno, balbetta una verità di sogni, di ricordi: il raggio attraversa il “varco”, si scompone nel prisma della coscienza, per tornare vivificato all’alba, accendendo in noi una memoria ancestrale, un’ipotesi di salvezza.

E s’infrange il limite della rappresentazione, il soggetto si armonizza con l’oggetto: la poesia sgorga dal centro profondo della vita, dell’Essere, al punto da coincidere con quello; come nei versi di Rilke per cui il canto è “un soffio nel nulla, un alitare nel Dio, un vento”. Il barone compie la sua discesa nel “senso dell’ombra”, ma l’esperienza resta lontana dal miracolo. In lui non c’è nulla di propriamente mistico; e la sua poesia, come afferma Sciascia, assomiglia più ai quadri di Velazquez che a quelli del Greco: il suo sospetto, il controllo del Logos, non si fermò neanche di fronte l’entusiasmo. Così l’iperbole s’incurva, attraversa infinite forme barocche, e l’esistente cresce fino alla soglia del nada, sembra dissolversi nel suo punto massimo.

Guarda l’acqua inesplicabile:/ contrafforte, torre, soglio/ di granito, piuma, ramo, ala, pupilla,/ tutto spezza, scioglie, immilla;/ nell’ansiosa flessione/ quello ch’era pietra, massa di bastione,/ è gorgo fatuo che passa, trillo d’iride, gorgoglio/ e dilegua con la foglia avventurosa;/ sogna spazi, e dove giunge lucente e molle/ non è che un infinito frangersi di gocce efimere, di bolle./ Guarda l’acqua inesplicabile:/ al suo tocco l’Universo è labile.

(da La meridiana)

Alle scale di pietra, al gradino di lavagna,/ alla porta che si fende per secchezza/ è solo lume l’olio quieto;/ spento il rigore dei versetti a poco a poco/ il buio è più denso – sembra riposo ma è febbre;/ l’ombra pende al segreto / battere d’un immenso/ Cuore/ Di/ Fuoco.

(da La notte)

In ultimo la poesia di Piccolo si fa lode inquieta: l’eterna ciclicità degli eventi collassa e il tutto diventa labile, manifestazione stessa dell’effimero. Compiuto il viaggio, esperita a pieno una conoscenza in negativo, si ritorna al punto di partenza, alla parola stessa: assorbita la memoria dolorosa, il canto emerge dal transitorio e restituisce – in un salto quasi leopardiano – armonia alla vita. Abbandonato l’esilio, l’uomo instaura un dialogo rinnovato con la natura, si pone in ascolto della sua voce segreta, della sua malia: ma la disposizione non può che essere quella del Christus patiens, l’unica forma che ravviva in sé la preghiera e l’angoscia.

ma certo in me s’apriva/ tremenda ed umile/ la voce che da sempre dura/ e che ci lega, ognuno/ di noi, al dolore d’ognuno anche ignorato.

(da Non fu come credevi)

Voce umile e perenne
sommesso cantico
del dolore nei tempi,
che ovunque ci giungi
e ovunque ci tocchi,
la nostra musica è vana
troppo grave, la spezzi;
per te solo vorremmo
il balsamo ignoto, le bende…
ma sono inchiodate
dinnanzi al tuo pianto le braccia
non possiamo che darti
la preghiera e l’angoscia.

(Voce umile e perenne)

Claudio Varsalona

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