L’idea morta

Barche in cantiere, Totò Bonanno

Le idee oramai sono morte, il civismo con esse. Nella corsa sfrenata al denaro, nelle malsane scalate sociali, ci si è quasi dimenticati il vocabolario d’ogni civiltà. Così i termini assumono più significati, si rinnegano percorrendo direttrici linguistiche improbabili. Alla politica, al politico, l’uomo d’oggi quasi storce il naso, pre-sente la menzogna, il tornaconto. I fiumi di tangenti, le promesse dogmatiche, i martìri della propaganda sono le coordinate principali di un’involuzione semantica, che ha deteriorato il vocabolo cardine della collettività. Allora, di che politica possiamo discutere se il cittadino perdura nella sua distanza, persino linguistica?

Indagare sulle parole è sempre cosa buona e giusta. Politica deriva dal greco Politikè, “che attiene alla polis”, alla città, alla comunità; e non al partito. Per politica dovremmo intendere il cittadino posto dinanzi un fatto, la sua idea del fatto, che è azione necessaria se non dovuta. Farsi un’idea del fatto, conditio sine qua non della vita democratica, significa conoscere, dunque criticare. Il voto, infatti, rappresenta l’esito finale di un lavoro costante a cui il cittadino è chiamato: valutare i fatti, comprenderli, e solo dopo, schierarsi. Eppure un’emarginazione dalla vita pubblica, per giunta auto-inflitta, ha svuotato i poteri del cittadino, umiliandolo. I confini fra fede e politica sono sempre più indistinguibili, e le masse, sopprimendo il loro potere critico, s’abbandonano al volere del partito, a cui tutto è perdonato. Le schiere dei senza peccato, dei santi straccioni e blasfemi, sono gli incubi della cieca obbedienza, los monstruos del sueño: la politica bisognerebbe sempre farla, e mai subirla.

Attualmente due sono le vie che l’elettorato imbocca: il delirio o la disillusione. L’una nell’incoscienza, l’altra nell’estrema consapevolezza, rappresentano forme di distanza dalle istituzioni, ovvero minacce preoccupanti per la forma di governo vigente, la quale si regge e assume valore solo intorno al cittadino: se questo non pensa, o si rifiuta di pensare, il sistema crolla, smette di esistere. Ovviamente i rappresentati, in quanto parte e non totalità del sistema, hanno le loro colpe, più che evidenti. La classe politica, d’ogni colore e partito, è miope da troppo tempo: non ha da proporre nessuna concezione dello Stato, nessuna nuova visione del mondo. Alle rivoluzioni d’oggi toccherebbe riformare, sfruttare le risorse in seno alle istituzioni, il diritto su tutte, per ripiegarle sulla malapolitica, sulle ingiustizie sociali, le linfe infette dello Stato. Rivoluzionare significa semplificare, che non è banalizzare, ma sfuggire agli abissi della stupidità, alle stasi degli imbecilli: parafrasando Flaubert, le dinamiche istituzionali, in Italia, somigliano alla faccia di uno sciocco. Un’azione di questo tipo, dal carattere colossale, necessita se non di una visione lucida del percorso da tracciare, almeno di una sua vaga idea. Questo cammino della ragione, questo sentiero del pensiero, va costruito per gli anni a venire: fragili e inconsistenti sono i lavori raffazzonati. E invece ci si rifiuta di gettare lo sguardo oltre l’orizzonte, di immaginare un modo concreto di intendere la vita pubblica del futuro, in una società che sia migliore; ci si accontenta, per comodità, di rispondere all’oggi e, quando va bene, al domani: eterna si rinnova la liturgia della malapolitica che risolve i problemi, nascondendoli.

Scorrono indisturbati i significanti, privi di qualunque rappresentazione mentale, circolo associativo. Le idee sono morte, al parlamento così come nei cittadini: l’assenza è totale. Non pensando ci si lascia condurre dal sentito dire, dall’umore quotidiano, e intanto la comunità si sfalda, la politica si fa caos mistico e sacrale, cosa di pochi e per pochi, proiettata nei cieli dei cieli: fede ottusa, ortodossia illogica agli occhi dell’arreso. Represse le eresie fondanti, nell’individuo a solo, che è bestia, aumentano la distanze e mutano le forme, le sostanze: le repubbliche d’oggi rispondono solo alle leggi del trasformismo, della doppiezza farisea, agli articoli falsi e bugiardi.

E’ cresciuta la malerba tra i sepolcri. Ciò che appare, non sempre esiste. E ad apparire, questa democrazia, quest’assioma moderno, ci riesce proprio bene.

<<Un’idea morta produce più fanatismo di un’idea viva; anzi soltanto quella morta ne produce. Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte. E sono tanti, e talmente brulicano sulle cose morte, da dare a volte l’impressione della vita>>

nero su nero, leonardo sciascia
Alberto Bartolo Varsalona

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