
L’idea del filosofo tout court è priva di ogni fondamento nel mondo greco. Spesso l’uomo moderno, condizionato da una malsana voglia colonizzatrice, ha cercato di applicare le proprie concezioni del mondo a epoche passate, culture diverse. Filosofia, nel senso etimologico, è l’amore per la sapienza, e da ciò dobbiamo partire: non implica alcuna sfumatura accademica, nessuna idea di disciplina. Tale accezione si fa ben evidente per i primissimi pensatori greci. La speculazione dialogica, l’ordine argomentativo e logico che farà grande la filosofia d’età classica, sono pressoché sconosciuti. La vera sapienza, in senso presocratico, è una lama di luce, un bagliore accecante: il verso, la metafora ardita, le sue uniche radici espositive.
Seguendo le impeccabili indagini di Giorgio Colli, in cui filologia e teoretica divengono complementari, prenderemo in analisi una delle massime espressioni della vera sapienza sopraddetta: Empedocle. Lontano dall’idea precostituita, e moderna, del filosofo d’accademia, il pensatore d’Akragas è, non a caso, più cose allo stesso tempo; sfugge a qualunque etichetta, qualunque capriccio categorizzante: uomo politico, poeta, profeta, e perfino mago (secondo alcune fonti fu addirittura venerato dai sicelioti). Egli s’impone come punto di snodo cruciale, fulcro di correnti diverse, quelle tarantine dei pitagorici e quelle ioniche dei fisici, come momento di sintesi fra eleatismo ed eraclitismo. Le domande cosmologiche incontrano quelle ontologiche; la realtà, l’uomo.
Nei Katharmoi (Purificazioni), probabilmente l’opera giovanile, Empedocle utilizza una sola volta la parola psychè (anima), ma ciò non basta a credere che il concetto di anima gli sia estraneo. Seguendo Parmenide, egli si serve di altre espressioni: pensiero, individualità, sentire. Da mistico qual è, anima e mondo sono la stessa cosa: fra spirito e materia non v’è alcuna differenza. Quella che noi chiamiamo anima, per Empedocle altro non è che un sentire.
“Tutte le cose per volontà del caso hanno un’interiorità.”
Il verso è chiaro e confuta qualunque interpretazione esclusivamente materialista alle opere del pensatore. L’anima coincide con il principio elementare di conoscenza, il quale permette all’uomo di sentire, dunque di godere e di soffrire. Lo slancio poetico spinge Empedocle a dare una specificazione, ad oggettivare questo sentire.
“Il sangue che sta attorno al cuore è negli uomini principio di conoscenza.”
La scienza si fa mistica: Empedocle sente d’appartenere a qualcosa che lo sconfina, intuisce schegge di verità, ed è quasi il suo corpo a metabolizzare la necessità della sua indagine, della sua estenuante ricerca. Nel rosso tumultuare, l’essenza ultima delle cose, il sentimento universale che anima il filosofo, l’amore per la conoscenza: nel fluire della vita, la sua individualità, preziosa e unica.
“Io sono per voi un dio immortale, non più mortale.”
Solo in queste sentenze oracolari, nella cura formale ed espressiva dei frammenti, può essere colto il profilo filosofico di Empedocle. Egli è immortale, non come uomo, ma in quanto conoscitore. L’Agrigentino ammette passaggi di stato, un rapporto reciproco fra l’umano e il divino, fra vita e morte. Ma l’immortalità dell’anima dipende, almeno in parte, dall’anima stessa, dalla sua capacità di interagire con la realtà circostante, di concedersi, o coincidere, con essa.
Il passo cardine della filosofia empedoclea sta nel negare il divenire d’ascendenza eraclitea, conferendo realtà a tutti gli individui. Essi nel disfarsi graduale dei propri elementi costituitivi, sono destinati a perire. Empedocle in questo passaggio è radicalmente originale: a questo destino non sfuggono neanche gli dei, i quali non vengono chiamati immortali, bensì dalla lunga vita. Ma il ciclo della vita che nel suo procedere causa la loro morte, ritornando su se stesso, li ricostituisce. Persiste tuttavia una certa differenza fra l’eternità che spetta al mortale e quella che spetta al Dio-conoscitore, ad Empedocle stesso. L’immortalità dell’uomo comune è limitata, è un’eternità frammentata che abbraccia il proprio arco solo a tratti. Le creature di un giorno, così Empedocle nomina i comuni mortali, non sono eterne in modo continuo. Infatti, gli elementi, le cosiddette quattro radici, sono ben proporzionati solo nel sangue del conoscitore. Un cosmo in miniatura dominato dalla Philía (l’amore inteso come forza della convergenza), alimenta la vita spirituale e cognitiva del sapiente, un micro-sfero circola nel suo petto. E in questo silenzioso fluire il pensatore appare come l’unica entità a poter correlare un’interiorità perfetta, equamente composta, a un’esteriorità imperfetta, scissa dal Neikos (la discordia intesa come forza del molteplice). Conoscere dunque significa istituire un contatto, una relazione che prima non c’era: rapportare piuttosto che separare.
“Se infatti fissandoti con slancio profondamente nella tua densa interiorità ispirato contemplerai i principi con pura ansia, essi, tutti, ti saranno avvinti per l’eternità.”
La pura ansia del passo è tutta positiva, è sete di sapere, disposizione a un modo preciso di intendere il mondo. Il conoscitore deve vivere in funzione della conoscenza, deve fondersi alle essenze delle cose, giungere all’inesprimibile al di là del fenomeno. Il sacrificio perpetuo e lo sforzo incessante costituiscono il sentiero che conduce ad una sapienza, quella empedoclea, che può essere colta solo in chiave mistica: dalle Upaniṣad a Goethe, come suggerito dal Colli, i punti di contatto appaiono molteplici.
“E’ impossibile che l’essere perisca: interminabile ed eterno esso sarà sempre là, ogni volta che uno arresti il suo slancio.”
L’oggetto non esiste più, la realtà s’è pietrificata. Perfino la pura ansia, le dolci pene vengono meno; permane solo lo slancio, il miracolo gnoseologico: il soggetto si confonde con l’essere, la molteplicità del tutto si compenetra con lo spirito in una statica fusione. La realtà s’è esaurita, è venuta meno. “La potenza di un’individualità si esprime nell’assorbimento conoscitivo della realtà interiore che cade sotto il suo dominio” scrive il Colli, quasi a riassumere, in una sola definizione, il contenuto delle sue dispense universitarie. Eppure la trascendenza dei passaggi che coinvolgono il soggetto è irriducibile a una spiegazione razionale: travalica qualunque definizione, è uno scarto alla logica. Ogni verso dei Katharmoi e del Perì Physeos è acceso segretamente dall’urgenza della ricerca, dall’andare oltre le fila del mondo, per farle proprie. La luce dei frammenti trafigge il lettore, il discepolo: si è punti indistinti nel gran mosaico in cui lo sguardo vertigina; ma si sa che ogni curva di vetro, ogni spirale d’oro, privata delle singole tessere verrebbe meno.
Fonti antichissime, alcune addirittura della generazione successiva a Empedocle stesso, ci tramandano il suicidio, la morte solitaria sull’Etna. Ma al di là della verità storica, ci piace pensare che solo tra i fuochi del vulcano, con le palpebre semichiuse e il ribollìo rovente a invaderlo, Empedocle abbia percepito quel “tumultuare” del sangue, abbia sentito, veramente, se stesso e il mondo. Svelato il gioco del cerchio, l’arcano universale, ci piace immaginare che solo in quest’ultima frazione di vita si sia pensato autentico conoscitore, davvero immortale.
“Perché già una volta io sono stato fanciullo e fanciulla, e arbusto e uccello e muto pesce che guizza dal mare.”
La radice metafisica dell’uomo è l’impulso vitale a congiungersi con il tutto e ritrovarsi in esso: concedersi alla fiumara della vita, dell’eterno. La vera sapienza è una colonna di lava, una coltre di lapilli.