Storie di cronopios e di famas

Se la testa gira e non c’è rimedio, bisogna assecondarla. E questo significa giocarci a nascondino (d’altronde, come lo stesso Cortázar suggeriva, la vita è tutta un “andare a giocare”), e significa seguirla, ovunque essa voglia viaggiare: forse, quando si sentiranno i carciofi dettare le ore, o si cadrà all’indietro e si disegnerà sulle tartarughe per farle volare, allora, e solo allora, si potrà dirsi guariti. Perché solamente dopo quel grande girotondo che è il pensiero, fatto di paradossi e di ritorni, di segni cercati e di immediate folgorazioni, ci si potrà trovare tanto squilibrati da dover giurare a se stessi d’esser riusciti a fermarsi, o tanto saldi da essersi, finalmente, scatenati del tutto; e questa è una contraddizione straordinaria: e le contraddizioni si sa, sono da sempre le più grandi tentazioni della realtà (letteraria e non).
Di certo, conosceva la legge del mondo l’argentino eclettico, Julio Cortázar, mente affascinata dal conflitto, ma giusta paladina di pace: la sapeva talmente bene che finì per ricucire gli antipodi, e fare della Terra un tubetto di dentifricio spremuto fino al midollo.
“La mia concezione del fantastico non è poi così differente da quella del reale, perché nella mia realtà il fantastico e il reale si confondono quotidianamente”, diceva. Così, se ancora il primo (il fantastico) rimane ideale ed irragionevole, ed il secondo (il reale) resta concreto e razionale, bisognerà continuare a camminare, e fare un passo in più.
“Per combattere il pragmatismo e l’orribile tendenza al conseguimento di fini (in)utili” sarà bene farsi compagni alla testa che migra: nella sua impennata vorticosa, si dovrà sempre badare a che rimanga al proprio posto funzionale, a che sfoggi la propria disciplina più severa, a che mantenga la propria marcia dritta. A che, cioè, il razionale penetri nel fantastico, ed il fantastico, per contro, si osservi essere meravigliosamente razionale.
Ma attenzione alla testa: perché potrebbe capitare, arrivati a questo punto, che per amor di chiarezza voglia sdoppiarsi, e che ora fluttino“sorta di piccole palle verdi” (per dirla alla Cortázar), che queste “si chiamino Cronopios”, e siano“l’intuizione, la poesia, il capovolgimento delle norme” (per dirla alla Calvino); o che, in modo del tutto analogo, appaiano le immagini dei “Famas”, la lorocontroparte d’“ordine, di razionalità e d’efficenza”; ma questo sarebbe dire ancora troppo poco. Basterà quindi aprisi all’ ”immaginabile” e, ad esempio, guardarsi gli occhi con i palmi delle mani, per annusarsi bifronti. E complessi.
Che sia in ballo l’accettazione del mondo, o la sua ri-costruzione fluida, importa poco: ad essere in gioco è, sempre, il carnevale della Possibilità; o almeno, la sua più libera rivendicazione di esistenza. Se un orologio è (perchè può essere) una zecca che morde ed ossessiona, se un calendario è un branco di “sporche farfalle di carta”, un uomo, ogni uomo, potrà essere simultaneamente vita vivace e briciola di morte, isola e continente, monade sociale d’ogni mondo possibile (o possibilmente migliore); e potrà esser zoppo, muto, sordo, acefalo; solo, e non avere paura.
“Chiunque non legga Cortazar è condannato” scisse Neruda;è vero. Perché se la testa gira e non c’è rimedio, bisogna assecondarla, e disimparare. Allora, quando le scale saranno altro che risultanti vettoriali, e le opere d’arte altro che famosi dipinti, se mai gli spazi del mondo saranno altro che luoghi concavi di senso, ed i capelli perduti diverranno altro che fili da annodare, allora, solo allora, potrò parlarvi del mondo in una lingua morta, e futura.
“Buenas salenas cronopio cronopio”: ad oggi, è tutto quel che ho dimenticato, e quel poco che so.