La rivolta di Ivan

Boris Pasternak che scrive, Leonid Pasternak

Dostoevskij lavorò alla stesura de “I fratelli Karamazov” in preda al furore creativo, o meglio ancora a un’urgenza etica e intellettuale: sentiva visceralmente la sua opera, le forze da cui era mossa, fino a concepirla in una nuova prospettiva, quasi fosse un dovere. La pubblicò a puntate su una rivista letteraria, rispettando le scadenze e avendo ben chiaro lo sfondo narrativo, il pretesto necessario per indagare gli anfratti sepolti della psiche, le sue vene d’oro: l’assassinio di un padre snaturato e il rituale tragico dei suoi figli (Ivan, Dimitrij e Alëša), quella triade che esaspera in sé le possibilità dell’animo umano, che le unifica entro la comune ricerca di una verità morale. Tutti cercano ossessivamente di venir fuori, di scomporre in parole il grido che li sconvolge, ma allo stesso tempo solo in Ivan questo desiderio si fa vertigine, porta alla rovina. Di lui vorrei parlare, della sua singolare parabola.

“Ivan è una sfinge, e tace, tace sempre” afferma Dimitrij sul fratello, in una descrizione essenziale del personaggio: sa che gli altri non potrebbero capirlo, è stanco di deriderli; e dunque tace, o meglio scrive, o ancora ipotizza di scrivere. Ivan è l’ultimo anarchico di Dostoevskij, l’enfant terrible che sembra fare a pezzi il mondo con la retorica; per lui il silenzio è un buon viatico, e così sconta la propria dannazione, occulta un’interiorità che vibra di parole. Ma la sua arroganza resiste solo sul piano intellettuale; oltre i confini di quest’ultimo, lo pervade uno strano amore per la vita. Ivan è prima di tutto un uomo che s’indigna, che avverte pienamente il dolore dei suoi simili; li compatisce, ma del suo amore non sa che farsene: troppo ingiusta gli appare l’esistenza.

<<“… Si ha voglia di vivere, e io vivo, anche a dispetto della logica. Posso magari non credere nell’ordine delle cose, ma le foglioline vischiose che spuntano a primavera mi sono care, mi è caro il cielo azzurro e mi sono care certe persone, che a volte – lo crederesti? – non si sa neppure perché si amino, e mi sono care certe conquiste umane, nelle quali, forse, ho smesso di credere da un pezzo, ma che si continuano a venerare col cuore, come vecchi ricordi.”>>

Nel quinto libro, considerato dallo stesso Dostoevskij il fulcro del romanzo, si assiste alla ricostruzione di un rapporto familiare interrotto, quello tra Ivan e Alëša, l’antitesi del fratello: in lui la forza primigenia dei Karamazov si traduce non nel sospetto, ma nell’innocenza. Il dialogo sembra una confessione a due, e cresce in un’atmosfera febbrile, fino alla trattazione del male in quanto problema morale. Ivan si focalizza sulle violenze perpetrate sui bambini, raccontando alcuni fatti di cronaca, e non censura nulla, neppure i particolari più crudeli: estremizza la sua visione fino a renderla inattaccabile, inquieta l’animo di Alëša. Questo lo scambio di battute su un generale che, per una sciocchezza, fa sbranare dai suoi cani un bambino:

<<“Sì, fucilarlo!” disse piano Alëša , alzando gli occhi e guardando il fratello con un sorriso strano, stiracchiato.

“Bravo!” urlò Ivan entusiasta. “Se lo dici tu, allora… Ma guarda un po’ l’asceta! Anche tu, dunque, hai un piccolo demone nel cuore, Alëška Karamazov!”

“Ho detto una sciocchezza, ma…”

“Proprio così! Ma, ma…” gridò Ivan. “Sappi, novizio, che le sciocchezze sono più che necessarie sulla Terra. Sulle sciocchezze è basato il mondo e forse, senza di esse, nel mondo, non sarebbe mai accaduto nulla. So quel che dico!”>>

Rifiutando qualsiasi dogma e giungendo al punto di non ritorno della sua riflessione, Ivan scorge nel male qualcosa di definitivo, che per sua natura non può essere riequilibrato: il meccanismo del creato di fronte la ragione s’inceppa clamorosamente. Non respinge questa concezione per sola onestà intellettuale, e con essa tutte le conseguenze che genera: non è più pensabile il circuito del peccato, il senso di colpa che conduce alla salvezza, e nessuno ha il diritto di perdonare, di essere perdonato. Il giorno della redenzione, quando la vittima abbraccerà il suo carnefice e tutti esclameranno “Tu sei giusto, o Signore!”, Ivan resterà in silenzio, accigliato nel disprezzo di quell’armonia. E così restituisce il biglietto al Dio che sta in penombra, inizia il suo vagare per la terra di nessuno, al di là del bene e del male. Qui sta tutta la sua rivolta:

<<“Dimmi francamente, mi appello a te, e tu rispondimi: immagina di essere tu a edificare il destino umano con lo scopo di rendere gli uomini felici, di concedere loro, alla fine, pace e serenità, e che per questo sia necessario e inevitabile fare soffrire solo una creaturina, quella bimba, per esempio, che si batteva il petto con il piccolo pugno, e sulle sue lacrime invendicate erigere quell’edificio. Ebbene acconsentiresti a esserne l’artefice a queste condizioni? Dimmelo e non mentire!”

“No, non acconsentirei” disse piano Alëša .>>

Sembra costretto al nichilismo, non c’è nessun entusiasmo nelle sue parole: Ivan trema, l’emicrania lo assale. In lui c’è solo il timore per quella tremenda libertà che non può rifiutare, la coscienza di non poterla sopportare. In bilico tra ragione e sentimento, anela l’infinito o il suo contrario: la rivolta, per costituzione, non si risolve. E la spirale delle sue miserie si carica di oscure visioni, porta alla disperazione. Di fronte l’abisso che si spalanca, due sono le scelte: la follia o l’estasi, manifestazioni opposte dello stesso salto irrazionale. Ma Ivan è troppo orgoglioso perché ceda al “credo quia absurdum” che fu idea centrale di Tertulliano, e poi di Kierkegaard. Un’altra formula, ben più delirante, lo soggioga: “Chi non desidera la morte del proprio padre?”.

Questa la verità ultima dei Karamazov, la domanda che Ivan pone al pubblico durante il processo finale, dopo aver esperito a pieno il segreto della propria isteria. Il mondo si divide nei padri e nei figli: gli adulti imbalsamano il presente, arroccati in difesa del proprio dominio, della persistenza; mentre i giovani soffrono per il ruolo che gli spetta, angosciati dal compromesso col mondo che li attende, che non sentono loro. La soluzione dell’eterno conflitto sta nel superamento della condizione filiale: attraversare il dolore significa dimenticare ogni divisione, rinascere uomo tra gli uomini, e infine ripensare daccapo il divino. Come il chicco di grano del paradosso giovanneo, che deve morire per produrre il frutto. Il ribelle tutto questo lo sfiora, ma non può realizzarlo (come faranno Dimitrij e Alëša), per sua stessa colpa.

Credo che Ivan non possa essere fissato da nessuna critica, ma ogni tentativo ne mette in luce l’ambiguità, che è l’anticamera della sua potenza artistica. Tutta la grazia e tutto il fango rendono evidente la sua profonda capacità di assurgere a simbolo. Ivan è uno dei simboli della letteratura russa, nel senso più autentico del termine: un’immagine che si affranca dal tessuto narrativo in un continuo rinnovarsi di significati, un solido che rifiuta la geometria euclidea nel suo intrinseco divenire. Pretendendo l’ascolto sia dal lettore sia dal suo creatore, sconfina una dimensione artistica in cui la finzione, con tutta la sua complessità, si fa vita.

Claudio Varsalona

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