
Lo spirito da Masaniello, la furberia anarchica è l’essenza del Sud, il suo animo più recondito. Il vangelo delle divinità ctonie, del cristianesimo mancato, suggerisce di sfidarlo il prossimo, di vincerlo con lo sguardo, piuttosto che tendergli la mano. Questa voglia di ribattere su ogni cosa, di anticipare il pensiero altrui è una forza dalla doppia faccia, oscura e ambigua, come l’ignoto di Antonello da Messina e il suo sorriso: quello beffardo del mercatante senza scrupoli, e al tempo stesso quello onesto del nostromo segnato dal mare. Lungi dal folklore, dalla triste agonia di un passato umiliato, che riduce un modo di sentire e vedere le cose al costume da sagra, le cause di questo atteggiamento sono da ricercare nei travagli della storia. L’amara ciclicità degli eventi ha segnato le radici della volontà isolana e meridionale, ha spento il sangue, ha aperto la sola via della rassegnazione.
Il Feudalesimo del pensiero ha diviso il Mezzogiorno in ciechi seguaci e instancabili oppositori; Il Caso, e non solo, ha sempre favorito i primi. Illuminismo in Francia, Idealismo in Germania; al Sud e in Sicilia l’unica filosofia valida è stata quella della baronia, alimentata da una subalternità totale, di sangue e di denaro. Lo Stato feudale, il corteo di vassalli e gabellotti, s’è sostituito allo Stato, rimpiazzandolo nelle sue funzioni, nell’idea stessa d’istituzione. L’oscurantismo del pensiero a senso unico e la distanza dalla cosa pubblica, perché roba d’altri, si sono radicati nella percezione del mondo, tanto da influenzarne perfino la gestualità, la lingua. Il sistema economico arcaico del latifondo, del feudo, a seguito della disfatta araba, è diventato in un processo graduale e secolare, una dimensione cognitiva.
È evidente che il vassallaggio, in quanto ordine parallelo e riconosciuto, sia la morte di ogni civiltà. Ma i lutti storici, vere e proprie tragedie della crescita culturale, hanno fatto sì che il meridione maturasse una difesa all’entità dello stato, al miraggio di un’istituzione sorda a ogni richiesta. Rileggendo la storia, da Caramanico a Mattarella, dal Di Blasi al Caracciolo, il pensare eretico viene sistematicamente emarginato, relegato alla dimensione del silenzio, spesso quello della morte. Seguendo la linea del veleno, della lupara, appare doveroso citare l’esperienza della Repubblica Partenopea e i fatti del 1799, il più drammatico ed efficace fra gli esempi. A morire a Napoli, polo culturale del tempo, non è un singolo intellettuale, ma l’intera classe intellettuale: l’unica opposizione pensante al potere monarchico, alle limitanti gerarchie del feudalesimo, venne travolta dalla furia sanfedista, impiccata e decapitata in massa. Giuristi e letterati, filosofi e riformisti, giacquero esanimi come carne da macello su piazza Mercato, e con loro qualunque vera idea o speranza di rivoluzione. E non è un caso che al rientro in città Ferdinando IV abbia disperso le ossa di quel Masaniello tanto caro ai ceti subalterni. Egli ha insistito laddove già altri avevano battuto: rendere incomprensibile, astratto lo Stato. Chi il potere lo detiene, e pensa solo a garantirlo, lo sa bene: il pensiero che è innanzitutto confronto, un parlare a due, deve essere soppiantato dal disinteresse totale, dall’individualismo incivile. Una folla di eremiti straccioni e arrendevoli è il sogno d’ogni potente.
E’ il divario fra oppressi ed oppressori, fra potere e popolo, il cortocircuito fra ragione e azione il grande rimpianto del Sud e d’ogni periferia, la causa fondante di una mentalità complessa e contorta, che risente, seppur inconsciamente, dei propri lutti storici. Le colpe, le responsabilità degli avi segnano i corsi delle esistenze, la concezione del mondo circostante: i soprusi subiti dai padri ricadono, inesorabilmente, sui figli. Il copione s’è letto da solo, di epoca in epoca. La storia del Sud è storia di martìri e di martiri. Non di santi, ma di pensatori.
<<Avevano ragione i Napoletani, che dai greci antichi discendevano, quando, di fronte alla sventura, al dolore, borbottavano rassegnati: “Accossì adda i”, ben sapendo che nessuno, nulla, modificano il corso delle cose. E che però niente al mondo dura un’eternità>>
Il resto di niente, Enzo Striano
l’isola che mancava!!
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Nel Gattopardo il principe di Salina spiega come le iene e gli sciacalli della borghesia nascente e già rampante, si accingono a liquindare il feudalesimo senza alterare il rapporto tra sfruttati e sfruttatori. Magari portando gli sfruttati dal latifondo alla Fiat (di la da venire). Agli oppressi rimane l’armna del ribellismo ma anche quella diventa appetibiloe per i populisti. Masaniella è tornato ué…? No, è tornato Salvini. Non ci resta che ridere perché…sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco ed al cardinale, diventan tristi se noi piangiam
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